Herling, il pellegrino che cercava la libertà nei libri

Diviso tra due mondi, escluso dal proprio, recluso in quello «a parte», profugo, esule e, prigioniero o liberato, comunque straniero in terra straniera Gustaw Herling (1919-2000) fu per vocazione di pellegrino e destino di scrittore. Pellegrinaggio e scrittura lo avevano chiamato a una sola voce. Sin da quando, incamminandosi per la sua strada, l’autore polacco lasciò nel ’39 la Varsavia stretta fra i gendarmi del Reich e i soldati dell’Urss, puntò su Leopoli diretto al Nord quindi all'Ovest e, sui documenti da esibire per ottenere un permesso di soggiorno, scrisse «la magica parola “scrittore”», di fronte alla quale «le autorità sovietiche non sapevano nascondere la loro debolezza». Fu un’autentica mossa d’artista. Miracoloso tocco da maestro, «sufficiente a far chiudere gli occhi ai funzionari degli uffici comunali per le abitazioni». E colpo di genio prodigioso: bastevole a trasformare il ventenne che allora aveva firmato solo «un paio di saggi scritti da studente e pubblicati su riviste universitarie» in un artista autentico e già all'opera.
A sfatare l'incanto - o l'incantesimo - non valgono nemmeno le rivelazioni degli scritti autobiografici intitolati a Il pellegrino della libertà (L'ancora del Mediterraneo, pp. 140, 13,50 euro). Perché, è vero, il seguito della sua avventura di guerra lo condusse poi - arrestato dai russi nel ’40 mentre varcava la frontiera polacca - al centro di Un mondo a parte: nel cuore dell'universo concentrazionario sovietico, pulsante tra le isole siberiane dei gulag al ritmo dei lavori forzati. Anche l'approdo sulla terraferma - terra italiana - dopo l'isolamento nell'arcipelago gulag (che ebbe fine nel ’42) offrì all'autore soldato, arruolato nell'esercito del generale Anders e diretto a combattere a Montecassino, l'interludio ispiratore d'un brano di prosa narrativa: a Sorrento, nella Villa Tritone abitata da Benedetto Croce sfollato da Napoli e lambita da «fiocchi di schiuma» e «riflessi del mare al tramonto».
Herling non era che un ospite di passaggio «nello studio ingombro di libri fino al soffitto e già immerso nella penombra» del filosofo napoletano. Ma quello era il suo passo. Neanche la meta che il dopoguerra gli avrebbe destinato, la Roma della libertà ritrovata e della vocazione letteraria realizzata, avrebbe poi offerto allo scrittore pellegrino una condizione più salda di quella dell’esule. E la più viva commozione del ritorno - a sé, alla sua gente, alla memoria delle origini e della propria provenienza - fu provata da lui nella celebrazione di un grande connazionale, il Premio Nobel Czeslaw Milosz, poeta dell’emigrazione. Che, a sua volta, in versi dichiarava: «La mia terra / si trova qui e ovunque, da qualunque parte mi volga... / al di sopra di acque, città, strade, costumi».