Herno, il mondo di «Mister double-face»

L’importanza di «Classico Italia», il gruppo di alta moda maschile creato nel 1986 a Firenze da una ventina di aziende

Producono impermeabili in cotone e capi spalla, i cosiddetti double-face, in lana e in cotone, sia da uomo sia da donna. Tutti, spiega Claudio Marenzi, «rifiniti a mano». E tutti realizzati in Italia. Quindi con un alto costo di manodopera e di tessuto in quanto il double-face è ottenuto dall’abbinamento di due tessuti legati tra loro da un filo di trama e va lavorato con grande attenzione. Ma in questo modo la Herno di Lesa, sul lago Maggiore, provincia di Novara, si colloca al top di una nicchia di mercato. E proprio per questo fa parte di Classico Italia, il gruppo di alta moda maschile fondato nel 1986 a Firenze da poco più di una ventina di aziende che producono un guardaroba completo, dalle scarpe alle cravatte, dalle giacche alle camicie e ai pantaloni, nel rispetto della tradizione artigianale. Rappresentando quindi la più alta espressione delle produzioni sartoriali del made in Italy, collocandosi nel redditizio mondo del superlusso.
Un grande consorzio. Marenzi, Claudio Marenzi, è l'amministratore delegato della Herno, l'impresa fondata dal padre Giuseppe nel 1948 quando aveva solo 24 anni, e nello stesso tempo è presidente di Classico Italia, il consorzio che raccoglie ventitré aziende come Artioli, Avon Celli, Brunello Cucinelli, Kiton, Tino Cosma, Tramontano, con un giro d'affari complessivo attorno ai 400 milioni di euro di cui il 70% realizzato all'estero. Classe 1962, originario di Lesa, studi di filosofia mai terminati in quanto è entrato in azienda a 22 anni, Claudio Marenzi è il più giovane di tre fratelli: Massimo, 1955, laurea alla Bocconi, si occupa della gestione e della finanza del gruppo; Giorgio, 1957, laureato in giurisprudenza, è responsabile del settore che produce e gestisce marchi per conto terzi; lui segue invece le vendite della Herno. Un nome inventato, mettiamola così, dal padre prendendo in prestito parte del nome del torrente che passa per Lesa, e cioè l'Erno. C'è un motivo per questa scopiazzatura: l’Erno è il fiume-torrente che un tempo, fin dai primi del Novecento, alimentava una vecchia filatura, poi ristrutturata, della famiglia Marenzi. Insomma, è un nome legato a tanti ricordi.
Imprenditore e sindaco. Giuseppe Marenzi, 1924, nativo di Castelli Calepio, provincia di Bergamo, si considera comunque imprenditore della prima generazione. Ed è un uomo quasi indistruttibile nonostante abbia già superato gli ottant’anni. Fonda l’azienda nel dopoguerra producendo artigianalmente impermeabili da uomo, nel 1969 dà vita ad una vera industria specializzandosi nel capo spalla, lavorando molto per conto terzi, realizzando in seguito anche abbigliamento sportswear, da uomo e da donna, e aprendo uno show-room a Milano in via Sant'Andrea. Va tuttora spesso in azienda di cui è presidente onorario, ha una favolosa collezione di auto d'epoca. Per vent'anni, e quindi sino al 1990, fa anche il sindaco del Comune di Lesa eletto in una lista civica, crea un pregevole museo manzoniano in quanto il Manzoni si è rifugiato ad un certo punto della sua vita da queste parti nella villa del figliastro Stefano Stampa, è presidente del Golf alpino di Stresa ed è anche presidente dell'associazione golfisti italiani seniores che ha sede a Milano e conta ottomila soci. Un panzer, in definitiva.
Oggi la Herno dà lavoro a 150 dipendenti sparsi in tre stabilimenti, due a Lesa e uno nel Bresciano, a Boario, ha un fatturato di 25 milioni di euro di cui il 45% ottenuto con gli impermeabili, realizza il 65% degli affari con l’export ed ha come primo mercato il Giappone con diciotto punti vendita aperti grazie ad un partner locale. È una strategia, spiega Claudio Marenzi, «che comunque parte da lontano, i primi negozi giapponesi risalgono al 1968 con mio padre il quale è riuscito a cementare nel tempo un’amicizia con la famiglia di Seiji Okuda, il partner locale. E quando anni fa la futura imperatrice del Giappone si è presentata alla conferenza stampa per annunciare il matrimonio con il principe ereditario, indossava un double Herno in cashmere bianco. Noi ora vogliamo allargare in altri Paesi questa nicchia dell’alta qualità che premia il made in Italy». E qui entra in campo il progetto di Classico Italia. Meglio, i due grandi progetti di Classico Italia che già adesso si presenta unito alle fiere del settore e per i suoi vent'anni di attività ha finanziato il restauro della statua «Il Pentimento» di Bartolomeo Rossi collocata a Firenze all'ingresso del Giardino dei Boboli.
Nasce «Platform one». Il primo progetto portato avanti con l’aiuto di Unicredit Banca Impresa, la corporate bank nata nel 2003 e specializzata nel servizio alle imprese, si chiama «Platform one». Spiega Claudio Marenzi, sposato con Alessandra Capra, la cui famiglia è titolare di un calzaturificio ad Arona e di una catena di negozi di scarpe in franchising di nome Bagatt, padre di due bambini, Alessandro ed Edoardo, appassionato di sci alpino e soprattutto grande collezionista di arte contemporanea: «Mi sono reso conto che per imprese piccole come le nostre, sia per tipologia di prodotto sia per capacità finanziaria, è difficile andare all’estero da soli. Soprattutto nella fase iniziale, nella fase di start up. Sbarcare negli Stati Uniti, ad esempio, un mercato che ci interessa parecchio, è invece possibile se si mettono insieme varie imprese del settore, con produzioni tra loro complementari, in modo da creare un’unica filiale commerciale ed aggregare i vari marchi. È interessante dal punto di vista logistico in quanto permette di spalmare i costi su più imprese, è interessante dal punto di vista commerciale in quanto mette sul mercato più marchi contemporaneamente. In definitiva, si tratta di un’iniziativa capace di dare ulteriore valore al made in Italy».
Di progetto in progetto. Il secondo progetto si chiama «Classico Italia Retail». Spiega Marenzi: «Vent'anni fa la spinta unificante delle aziende aderenti a Classico Italia, essenzialmente un marchio di qualità, era il trade e cioè la fiera. Secondo l'idea del primo promotore, Stefano Ricci, era sostanzialmente un club di gentiluomini con la stessa visione di qualità del prodotto: uniamoci perché siamo i più bravi. Era allora un'idea decisamente innovativa in quanto ha sensibilizzato il sistema moda italiano in quello che è la sua maggiore forza, cioè la valorizzazione del made in Italy. Oggi il mercato è cambiato e si è sdoppiato: da un lato ci sono le grandi catene di distribuzione che fanno del prezzo, del servizio e della velocità il loro grande merito, dall'altro esiste l’altissima qualità che rappresenta una fetta di mercato piccola ma consistente se valutata su scala globale. Quindi il punto aggregante delle aziende di Classico Italia si è spostato più a valle ed è il retail, il negozio. Di conseguenza l’idea è di aprire in partnership negozi di Classico Italia all'estero, soprattutto nei Paesi emergenti. Il primo in programma è ad Almaty, in Kazakistan. E poi India, Arabia Saudita, Cina, un po' tutta l'Asia. Siamo alla ricerca di partner locali, abbiamo contatti con Pechino, Shanghai, New Delhi, Dubai, Singapore, Taipei. Ed in ottobre vareremo nei department store di Tokyo la settimana dedicata all'eccellenza del made in Italy ».
Modello per le imprese. Un progetto molto interessante che marcia sotto l’ala protettiva del gruppo Unicredit e potrebbe essere preso come modello per le tante piccole imprese italiane che annaspano nel tentativo di reagire alla globalizzazzione e alla concorrenza. Solo che sulla carta il progetto sembra facile da realizzare, molto meno lo è nella pratica. Tanto è vero che solo tredici delle ventitre aziende di Classico Italia sono della partita e l’apertura di Almaty, prevista in un primo tempo per queste settimane, è stata già rinviata alla prossima primavera.
Sostiene Marenzi: «L'idea piace a tutti ma poi c'è sempre qualcuno che si tira indietro. E naturalmente si deve mettere in conto anche la tradizionale gelosia tra imprenditori. Ci vuole tempo e pazienza. Oltre ai soldi, ovviamente, per un negozio da uomo ci vogliono da tre ai quattro milioni di euro. Ma la linea è ormai tracciata: tutti i nostri sforzi devono concentrarsi nella difesa del made in Italy. Finora le piccole e medie imprese dell'abbigliamento hanno giocato soprattutto in difesa, ora devono andare all'attacco sulla scia delle più grandi». Buona fortuna...
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