Tra Hezbollah e Israele la guerra va avanti ma a colpi di spie

C'è calma lungo il confine, nonostante gli sporadici lanci di razzi katiusha dal Sud del Libano verso il territorio israeliano. Ma la guerra tra Israele e le milizie sciite di Hezbollah continua, sotterranea. E a volte affiora in superficie. Nelle ultime settimane i giornali libanesi e quelli israeliani hanno raccontato di arresti di agenti segreti al soldo del nemico, hanno dato i dettagli di storie di spionaggio degne di un romanzo di John Le Carré. Un anno fa, Imad Mughniye, comandante del Partito di Dio, è saltato in aria nella sua automobile a Damasco. Per il gruppo sciita non c'è mai stato dubbio: ha subito accusato Israele e i suoi servizi segreti di essere all'origine dell'attacco. Da allora sono aumentate le già numerose minacce da parte del movimento di colpire target israeliani. Ma il gruppo teme anche per i vertici della propria leadership. A maggio, la scoperta in Libano di una rete segreta e sotterranea di telecomunicazioni in fibra ottica costruita dal Partito di Dio parallelamente a quella nazionale ha dato il via a scontri interni tra fazioni nel piccolo Paese levantino e soprattutto ha dato agli osservatori l'idea dell'ampiezza del network di ascolto e comunicazione di Hezbollah. Le milizie sciite sono note per aver costruito anche un attivo e capace sistema di controspionaggio. I recenti arresti di cui ha parlato la stampa libanese sono avvenuti per intercessione del partito di Dio. Sarebbero state infatti le milizie sciite a fermare a inizio febbraio, secondo il quotidiano Al Akhbar, giornale vicino a Hezbollah, un uomo di Nabatieye, roccaforte del movimento, poi consegnato all'esercito libanese. Marwan Fiqh era, secondo le informazioni del quotidiano, non confermate da altre fonti, il proprietario di un benzinaio e di un garage. Sarebbe stato contattato dal Mossad a metà degli anni Novanta in Francia, dove si recava spesso. Forniva automobili agli uomini del Partito di Dio e secondo l'accusa comunicava attraverso una connessione Internet sicura le proprie informazioni. Negli stessi giorni, i giornali libanesi hanno riportato la misteriosa scomparsa di un impiegato della Mea, compagnia di bandiera libanese, che sarebbe stato rapito mentre si recava al lavoro all'aeroporto di Beirut. Yussef Sader si troverebbe sotto custodia dei servizi segreti militari, accusato di spionaggio per contro d'Israele. L'esercito smentisce. Sempre a febbraio in Libano, è trapelata la notizia dell'arresto, sempre attraverso l'opera del controspionaggio di Hezbollah, di un presunto agente israeliano. Ali Al Jarrah, 50 anni, parente lontano di uno dei 19 attentatori dell'11 settembre, abitante di un paesino nella valle della Bekaa, secondo gli inquirenti, racconta il New York Times, sarebbe stato al soldo del Mossad dal 1982. Più di vent'anni di azione sotterranea e mai nessun sospetto per l'impiegato della scuola locale, che ogni tanto, raccontano al villaggio, chiedeva addirittura a vicini e colleghi un po' di moneta per andare a comperare le sigarette. Eppure, avrebbe messo da parte una fortuna negli ani. Poi, recentemente, avrebbe destato sospetti costruendo una grande villa nel povero villaggio. Dall'altra parte, in Israele, non mancano dettagliati resoconti di stampa su presunte spie al soldo di Hezbollah. L'allarme di possibili infiltrazioni del Partito di Dio nella comunità arabo-israeliana nel tentativo di attivare cellule locali era stato lanciato già mesi fa dai servizi. È di pochissimi giorni fa la notizia dell'arresto di un giovane arabo israeliano di 20 anni, Ismail Saleiman, nato e cresciuto in un villaggio della Galilea, nel Nord del Paese. È stato fermato dalla polizia e dalla Shin Bet, i servizi segreti interni, che da diverse settimane erano sulle sue tracce. Il ragazzo, spiegano gli inquirenti, sarebbe stato adescato dagli uomini del Partito di Dio mentre era alla Mecca, in Arabia Saudita, qualche mese fa per compiere l'annuale pellegrinaggio. Lo scambio di numeri di telefono e di e-mail con un uomo che si era presentato come libanese di origini palestinesi aveva preceduto la richiesta d'invio di informazioni sulle basi militari in Israele. Il contatto non sarebbe stato attivato spiega Haaretz, fino allo scoppio della guerra a Gaza tra esercito israeliano e il movimento palestinese Hamas.