«Hezbollah ha nascosto le armi dei guerriglieri»

Circa 1500 combattenti possono essere mobilitati in qualsiasi momento contro la missione Unifil di cui il nostro contingente è parte principale

Fausto Biloslavo

da El Ghandouriye (Libano)

«Abbiamo consegnato a Hezbollah le armi che ci avevano dato per combattere gli israeliani. Gli ordini sono di non farsi vedere in giro con uniformi o apparecchiature per comunicazioni radio. Inoltre abbiamo ricevuto precise disposizioni di dimostrarci cordiali con i caschi blu italiani ed evitare qualsiasi comportamento ostile». Lo rivela a il Giornale Ahmed, un miliziano di 27 anni che armi in pugno era pronto a morire davanti ad El Ghandouriye, a due chilometri dal campo dell’Onu dove hanno preso posizione i primi 858 soldati italiani giunti in Libano. Fisico asciutto, barba non curata, occhi verdi, Ahmed accetta di parlare se non scriviamo il suo cognome. La novità è che si tratta di un esponente del Partito comunista libanese, il quale ha stretto a Beirut un’alleanza politica antiamericana con Hezbollah e nel sud ha mobilitato i suoi miliziani nella guerra contro Israele. Non solo: oltre al partito di Allah e ai comunisti hanno combattuto in prima linea i miliziani sciiti di Amal, il movimento politico guidato da Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese. In caso di guai gli stessi uomini potrebbero dare del filo da torcere ai caschi blu italiani, anche se per il momento le armi sono ben nascoste.
«Eravamo una settantina sulla seconda linea di difesa a 500 metri da El Ghandouriye. Gli israeliani negli ultimi giorni di guerra si sono aperti una strada in mezzo alle campagne. Poi hanno fatto sbarcare i paracadutisti dagli elicotteri. Quindici martiri si sono sacrificati combattendo casa per casa», racconta Ahmed. El Ghandouriye era la testa di ponte più a nord dell’avanzata israeliana, a pochi chilometri dal fiume Litani. La furia dei combattimenti ha raso al suolo il villaggio, che ora è presidiato dall’esercito libanese con due scassati M113, i vecchi blindati per il trasporto truppe. Fra i “martiri” di El Ghandouriye ci sono anche due fratelli, Fadi e Shadi Abbas, che sono stati ricordati con una cerimonia funebre con tanto di invito. Sulla copertina campeggiano i volti dei caduti e la bandiera gialla di Hezbollah. All’interno si legge che in nome «del sangue di Hussein (il santo sciita immolatosi in battaglia a Karbala nel VII secolo, nda) la resistenza islamica e i familiari onorano i martiri dell’eroico scontro di El Ghandouriye».
Dopo la caduta del villaggio Ahmed e gli altri miliziani si erano nascosti a 500 metri dagli israeliani, nelle case circostanti, ad un tiro di schioppo dalla base dell’Onu dove oggi sono allineati i cingolati anfibi dei lagunari del reggimento Serenissima. «Le armi, compresi visori notturni, binocoli infrarossi e razzi anticarro ci sono state consegnate da Hezbollah, che rappresentavano la maggioranza. Il resto del gruppo era composto da miliziani di Amal oltre al sottoscritto del partito comunista», spiega Ahmed.
Pur in una sorta di coordinamento il comando delle operazioni era in mano al Partito di Dio, che ha martellato i paracadutisti con la stella di Davide con i mortai. «Gli israeliani colpivano a loro volta e per due giorni ci sono piombate addosso bombe come se piovesse, con medie di 4-5 esplosioni al minuto ­ ricorda Ahmed -. Ad un certo punto abbiamo letto la shadah, la preghiera della morte, perché pensavamo che per tutti noi fosse vicino il paradiso. Poi è arrivata la tregua».
Nonostante l’ordine di apparente smobilitazione il Giornale è in grado di tracciare la mappa delle milizie invisibili nel settore italiano all’interno di Tiro. Il nocciolo duro degli Hezbollah, che è stato addestrato in Iran o in Siria, continua ad operare militarmente, senza farsi notare, composto da 150-200 uomini. In caso di necessità possono venir mobilitati un migliaio di miliziani sciiti del partito di Allah, che periodicamente aggiornano l’addestramento con corsi di una settimana e poi ritornano alle loro case e alle occupazioni quotidiane. Gli hezbollah hanno anche le chiavi degli arsenali dove le armi sono ben nascoste.
Amal, l’altro grande partito sciita, può mobilitare nella zona italiana 300-400 uomini, ma molti attivisti morti durante la guerra facevano parte della protezione civile con le ambulanze che giravano in tutto il sud.
Maarakè, dove i genieri cinesi della missione Unifil stanno preparando il campo per il comando italiano, è una roccaforte di Amal. Il boss della zona è il deputato di Tiro Alì Kreiss.
Il responsabile locale del partito comunista è invece Nadim Alaiddin, che ha un discreto seguito a Srifa, circa un chilometro dal campo avanzato degli italiani. Gli israeliani hanno raso al suolo una parte del villaggio conosciuto come “quartiere Mosca” uccidendo una quindicina di miliziani, ma mietendo vittime anche fra i civili.
Gli italiani stanno continuando ad allestire il campo, dove ieri pomeriggio è giunto in elicottero il generale Alain Pellegrini, il comandante francese della missione Unifil. «I vostri caschi blu saranno pronti ad operare da sabato o domenica prossimi ­ ha dichiarato l’occhialuto generale ­. Appoggeranno l’esercito libanese, pattuglieranno il settore, si occuperanno di eventuali armi illegali e si opporranno a qualsiasi azione ostile».