Hezbollah prepara la spallata al governo

Siniora, assediato nel suo palazzo, ribatte a Nasrallah che lo accusa di aver bloccato i rifornimenti di armi ai fondamentalisti durante la guerra di Israele. Il patriarca maronita propone un compromesso

da Beirut

Laggiù nel gran bivacco di Place des Martyrs, nell’accampamento di Riad el Solh ridono e danzano ancora. Lei indica il maxi schermo: «Domani o il governo se ne va o lo mandiamo via noi». Mariam ha 16 anni, il capo velato e il volto acceso da un sorriso senza fine. È entusiasta, come se su quello schermo spento ci fosse ancora Hasan Nasrallah, il grande capo, il nuovo profeta di questa ribellione chiassosa e divertita. Almeno fin qui. Almeno fin dove si balla, si ride, si tracanna caffè bollente e ci si riposa davanti ai fuochi. Dove le bandiere dei fedeli cristiani di Aoun si mescolano con gli stendardi di Hezbollah.
Le illusioni o i trucchi finiscono ai piedi del palazzo d’inverno, alle pendici del Caravanserraglio assediato. Lì tra le tende bloccate dalle transenne non ci sono volti di ragazzini. Lì terminano sorrisi e illusioni. Lì non c’è spazio per adolescenti illusi. Per cristiani inebriati dal sogno presidenziale del loro nuovo Badoglio. Lì solo volti duri e tirati, da veri combattenti. Tre file di veterani della guerra del sud. Miliziani strappati alle trincee per l’ultimo assedio al palazzo del potere. Lassù Nasrallah vuole arrivare. Con la forza o il compromesso.
L’ultimatum è scoccato giovedì sera con il discorso del segretario generale di Hezbollah dal maxi schermo risuonato come il preavviso prima dell’affondo. «Hai sentito cosa ha detto - ripete Karim come se ti rivelasse il mantra del sapere -. Siniora fermava le armi per i nostri combattenti mentre Israele ci bombardava». Ripetono tutti quell’accusa. Poco importa che il capo di stato maggiore Michel Suleiman, un fedelissimo del presidente filosiriano Emile Lahoud, smentisca tutto. Poco importa che le rarissime requisizioni siano avvenute solo dopo il cessate il fuoco e la risoluzione Onu che affida proprio all’esercito libanese il disarmo di Hezbollah. Il capo di Hezbollah ha insinuato, la folla risponde. Ripete all’impazzata quell’accusa di collaborazionismo con Israele, che qui equivale a una estrema unzione.
Così il grande prigioniero deve rispondere. Fouad Siniora non ha le due piazze, né tende, né pullman convogliati da tutto il Libano. Ha solo la piazza d’armi del suo palazzo. Risponde alla sfida tra quelle spesse mura ottomane, davanti a un manipolo di selezionatissimi sostenitori e sotto gli occhi vigili della «milizia blu», reclutata e armata con soldi americani e sauditi. Guarda nelle telecamere come se cercasse il volto barbuto di Nasrallah. Come se quella sfida di piazza fosse ormai il suo personale duello rusticano. Sorride e colpisce al cuore. «Non sei il nostro Signore, il tuo partito non è il nostro Signore dunque - scandisce con quello strano insinuante ghigno -, chi ti ha scelto, chi ti fa dire io possiedo la verità e tutto il resto è falso». In quel mellifluo sottintendere c’è tanta malizia cara ai libanesi. «Come fai - risuona la traduzione non autorizzata, ma da tutti compresa - a parlare per tutti i libanesi se non sei stato eletto, se fai gli interessi del tuo partito e rispondi agli ordini di chi a Teheran ti fa guidare Hezbollah?».
Siniora fa, insomma, pesare la legittimità garantitagli dalle elezioni, accetta la sfida personale dell’avversario e lo accusa di agire con disinvolta prepotenza. «Noi - ripete il prigioniero sorridente - non scaviamo trincee nelle strade di Beirut, noi costruiamo ponti di amore tra libanesi cristiani e musulmani».
Siniora sa di avere alle spalle il sostegno di Stati Uniti e Francia in Occidente, di Arabia Saudita ed Egitto nell’area circostante. Senza di loro quella folla capitanata dalla falange degli irriducibili di Hezbollah lo avrebbe già deposto. In quei ponti d’amore citati dal premier c’è però il segnale del compromesso. Lo ha evocato mercoledì il patriarca cristiano Nasrallah Sfeir proponendo un governo di larghe intese con Hezbollah e le altre forze filosiriane in cambio di un accordo per nuove elezioni presidenziali e la sostituzione di Emile Lahoud. Ieri una delegazione di Hezbollah è salita al patriarcato per discuterne modi ed eventualità. Domani, quando scatterà la seconda grande mobilitazione convocata da Nasrallah, sapremo se il patriarca ha evitato la spallata finale a Siniora e al suo palazzo d’Inverno.