Hezbollah pronto a occupare le piazze

Il governo Siniora ristabilisce la costituzionalità con il rientro di un ministro dimissionario. E si riapre la sfida con i filo siriani: oggi l’esecutivo dirà sì al trasferimento dell’inchiesta Hariri al tribunale Onu

Gian Micalessin

Sepolti i morti si torna in battaglia. Ora si vedrà se il cadavere del giovane Pierre Gemayel e l’ombra lunga degli 800mila che l’hanno scortato al sepolcro muteranno le sorti della grande sfida. S’incomincia già oggi tra le mura del Gran Serraglio, il palazzo di governo trasformato in bivacco di ministri. A dar man forte alla pattuglia del premier Fouad Siniora e dei suoi 15 scudieri è tornato il sunnita Hassan Sabbeh. Aveva abbandonato la poltrona degli Interni il 16 febbraio dopo il rogo dell’ambasciata danese e le violente proteste contro le vignette sul Profeta. Ora è di nuovo con i colleghi assediati dal timore di nuovi attentati. È tornato per carità di patria. Per impedire che l’uscita di scena di un altro ministro affondi l’esecutivo. Con lui sono di nuovo diciassette. Come prima che accoppassero Pierre Gemayel. Non un bel numero, ma sempre due terzi più uno rispetto ai 24 ministri iniziali. Quanto basta per rispettare la regola costituzionale che decreta l’illegittimità dell’esecutivo quando un terzo più uno dei ministri abbandona la scena.
Attentati e regole costituzionali non sono le uniche spade di Damocle sospese sul governo e sui suoi decreti. La guerra vera incomincerà dopo il voto di oggi, quando Fouad Siniora e i suoi sedici scudieri ratificheranno il trasferimento ad una corte internazionale del processo sull’assassinio Hariri. Da quel momento in poi il presidente cristiano Emile Lahoud, lo sciita Nabih Berri, presidente del Parlamento, il segretario generale di Hezbollah Hasan Nasrallah e gli altri alleati di Damasco tenteranno ogni mossa per bloccare un decreto che rischia di sancire l’incriminazione del Gotha di Damasco e dei suoi alleati libanesi. Lahoud ha annunciato che non controfirmerà il decreto, mettendone così in forse la costituzionalità. Quel «niet» innescherà forse il gran rifiuto di Berri, pronto a negare la convocazione e il voto del Parlamento a un decreto senza firma presidenziale. A far da coro a un duello rusticano combattuto con i rasoi costituzionali ci penseranno i militanti e i sostenitori di Hezbollah pronti, secondo fonti del movimento, ad occupare le piazze del Paese.
La morte di Pierre Gemayel ha aperto, però, una grande incognita che minaccia di mandare all’aria i piani certosini degli amici di Damasco. Michel Aoun, il generale di ferro, adesso tentenna. Barricato nella sua roccaforte di Rabyeh il vecchio militare cristiano contempla la scellerata alleanza con Hezbollah firmata il 6 febbraio. Rivede i roghi delle sue foto date alle fiamme nei quartieri cristiani dopo l’assassinio di Pierre Gemayel. Quell’assassinio ha spazzato via tutte le sue buone ragioni. Le buone ragioni di un generale rifiutato, al ritorno dall’esilio, dagli amici di Siniora e spinto dal mestiere della politica tra le braccia del vecchio nemico siriano. Ma Pierre era il figlio di Amin, il presidente che lo nominò primo ministro. Era il nipote di Bashir, il presidente maronita dilaniato da una bomba prima di poter giurare. Pezzi di storia pesanti come macigni che neppure il più cinico dei sostenitori cristiani ha scordato. Macigni difficili da ignorare anche in nome di quell’ambizione presidenziale che l’ha portato a 71 anni suonati a calpestare il senso di un’intera vita. I suoi cristiani stavolta potrebbero non seguirlo e lui lo sa. Lo sa Siniora, pronto ad attirarlo nel governo regalandogli i quattro ministeri negati a Nasrallah. Lo sa Hezbollah che mira al potere, ma ha bisogno di un presidente cristiano e di uno zimbello di facciata.
Quel gioco spregiudicato l’ha involontariamente trasformato in ago della bilancia e Aoun ora deve decidere. Può salvare il soldato Siniora o svendersi a Hezbollah. Può afferrare il sogno presidenziale, ma anche affondare nel baratro riservato dalla Storia a chi in un delirio di senescente ambizione non risparmiò al Libano una nuova guerra civile.