«Hezbollah? È solo un partito politico»

Il comandante italiano in Libano: «Mi attengo ai fatti, non ai teoremi: se non vediamo armi per noi non ci sono»

Gian Micalessin

da Tibnin (Libano)

«Io non giudico la missione dalla armi ritrovate, ma dai giorni di pace regalati a questo territorio». Il generale Paolo Gerometta, 51 anni, comandante della Brigata di Cavalleria “Pozzuolo del Friuli” e dei 2.500 soldati italiani schierati nel Libano meridionale sembra, a momenti, un generale di pace per un Libano senza guerra. Un generale capace di schierare con perfezione e scrupolo 2.500 uomini. Un comandante capace di muovere mezzi e truppe, aprire basi e punti operativi, gestire sminamenti e assistenza alla popolazione. Un uomo al comando di una macchina perfetta in una cornice politica da ambiziosa utopia. La cornice di un Libano senza armi e senza Hezbollah. La cornice di una missione dagli obiettivi indefiniti e dalle finalità difficili da spiegare.
«Questo è il suo pensiero, ma non mi sento di condividerlo. Gli obiettivi sono chiarissimi, dobbiamo attuare la risoluzione 1701 fornendo assistenza all’esercito libanese. Ci muoviamo sempre nell’ambito di questi due obbiettivi».
Ma per spiegare ai soldati cosa devono fare che racconta?
«Se spiegassi a lei i contenuti delle regole d’ingaggio mancherei all’impegno di salvaguardare il mio personale. Le attuali regole d’ingaggio sono, dal mio punto di vista, assolutamente adeguate al compito della missione. Stiamo esercitando un controllo capillare del territorio e quando chiediamo l’intervento dell’esercito libanese riceviamo sempre una risposta puntuale coordinandoci con i loro ufficiali di collegamento».
Ma le armi di Hezbollah non saltano fuori...
«Questo indicatore falsa le idee, non misuro il successo della missione dalle armi ritrovate, ma dai giorni di pace offerti».
Il disarmo di Hezbollah non è negli obiettivi?
«Questo è un aspetto politico, da militare devo obbedire alle direttive politiche che ci chiedono di assistere l’esercito attraverso il controllo capillare del territorio».
E non di disarmare Hezbollah?
«Non abbiamo mai incontrato nessuna persona e nessun gruppo armato. Non abbiamo mai ricevuto segnalazioni di quel tipo».
Non le sembra strano?
«Le dico quanto vedo, secondo me il clima di stabilità dipende dalla missione che stiamo conducendo».
Non le sembra strano non vedere Hezbollah?
«Hezbollah prima di tutto è un partito politico, per noi in questo momento, almeno, è un partito politico...»
Sicuro di poterlo definire solo un partito?
«Noi abbiamo incontrato solo rappresentanti di un partito politico».
Ai suoi uomini racconta che si tratta di un partito politico?
«I miei uomini hanno ricevuto informazioni approfondite sugli avvenimenti di questo Paese. Lei mi chiede se ho trovato una presenza militare e io le rispondo che ho trovato solo una formazione politica».
Non ritiene che Hezbollah disponga di una formazione armata...
«Non ho trovato indicatori che mi facciano dire questo, mi devo attenere ai fatti, non alle ipotesi. Ai teoremi rispondo operando sul terreno».
Del disarmo di Hezbollah si discute in ambito internazionale da sei anni, da dopo il ritiro dal Libano...
«Leggo anch’io i giornali, ma questi sono discorsi politici, io mi attengo ai contenuti della risoluzione 1701. I miei ordini dicono che nella mia area di operazioni non devono esserci armi illegali e io li realizzo con pattugliamenti, osservazioni e controlli su tutto il territorio. In caso d’individuazione di persone armate illegalmente ho regole chiare da far rispettare».
Per il generale francese Alain Pellegrini, comandante di tutta la missione Unifil, l’unica presenza ostile è costituita dai sorvoli aerei israeliani, condivide?
«Quei voli non sono consentiti dalla risoluzione 1701, ma i sorvoli nelle nostre aree non sono mai stati ostili».
L’intelligence israeliana ritiene che Hezbollah si stia riarmando sotto gli occhi dell’Unifil. Le risulta?
«Mi baso sui fatti di cui dispongo, non valuto altre fonti».
Siamo impegnati in una missione a rischio?
«Il livello di allarme è fermo al verde, ma noi manteniamo un’attenzione vigile perché la consideriamo la migliore forma di prevenzione anche di fronte a una bassa probabilità di attacchi. Anche se non fa freddo una copertina a portata di mano non fa mai male».
Hezbollah sembra infastidito dalle difficoltà di movimento imposte dalla vostra presenza sul territorio. Non ritiene di dover innalzare il livello di attenzione?
«Ho incontrato i sindaci di tutta la nostra zona, ma non ho ricevuto indicazioni di questo genere. Tutti apprezzano il lavoro svolto dai nostri soldati e non ho sentito né lamentele né comunicazioni trasversali. Semmai mi chiedono di estendere il lavoro delle nostre squadre».
Il primo ministro libanese accusa Hezbollah di preparare un golpe, loro lo accusano di collaborare con Israele e mobilitano un milione di dimostranti. Non pensa che tutto ciò sia potenzialmente pericoloso?
«Non dobbiamo entrare nell’ambito della politica interna libanese. Controlliamo quotidianamente la situazione, ma non riteniamo che questo metta a repentaglio il lavoro nella nostra zona di competenza».