Hezbollah: «In trincea finché Israele esiste»

Gian Micalessin

da Beirut

Visto da qui, da questa capitale nuovamente martoriata, ma già in lotta per riconquistare abitudini consuete, anche il disarmo è una reliquia del passato. Una formalità dimenticata assieme alle saracinesche abbassate, alla luce a intermittenza, al frastuono delle bombe. Una formalità ormai inutile. Una virgola sulla strada della pace. I primi a consegnarlo agli archivi sono i capi di Hezbollah. Per lo sceicco Naim Kassim, numero due dell’organizzazione, pronunciare quella parola, chiedere all’esercito e alle altre forze libanesi di rispettare le condizioni sul cessate il fuoco è assolutamente «futile». A tener alta la tensione contribuiscono le nuove voci sulla circolare segreta diramata a tutti gli ufficiali dell’esercito. Il documento inviterebbe i comandanti delle unità a sud del Litani a schierarsi senza procedere alle richieste di disarmo contenute nella risoluzione dell’Onu, ma semplicemente affiancandosi alle unità del Partito di Dio.
Il vice di Hassan Nasrallah, intervistato da Al Akhbar, un nuovo quotidiano filo-siriano, spiega senza peli sulla lingua il programma dell’organizzazione per i prossimi mesi. «Rimaniamo in trincea, non possiamo sentirci tranquilli finché Israele esiste», raccomanda lo sceicco. La dichiarazione fa intendere molte cose. La principale è che gli attacchi contro lo Stato ebraico sono soltanto momentaneamente sospesi e che dipendono non da rivendicazioni territoriali, come quelle sulle fattorie della Sheba, ma da una necessità ideologica di continua e costante contrapposizione. Per lo sceicco Kassim le forze del governo libanese convinte di dover pretendere il rispetto della risoluzione sul cessate il fuoco «gridano da sole» e non meritano il minimo di attenzione perché «addentrarsi in simili futili discussioni non è più nemmeno necessario». Le certezze del leader di Hezbollah sull’impossibilità di un disarmo sono confermate dalle voci sulla circolare segreta girata fra gli ufficiali dell’esercito. In quella circolare non firmata, ma proveniente dai vertici delle forze armate, è contenuta una sola semplice direttiva, «schieratevi a fianco della resistenza e della popolazione che hanno stupito il mondo dimostrandosi capaci di distruggere un esercito considerato invincibile». Anche Kassim nell’intervista al quotidiano Al Akhbar ribadisce la tesi della vittoria storica capace di garantire un vantaggio alla Siria, all’Iran, agli arabi e ai paesi musulmani. «La struttura militare dell’organizzazione - assicura - non è stata scossa a livello dei mujaheddin, il loro numero nel sud è sempre rimasto ai livelli richiesti dalla situazione sul campo di battaglia, molti altri mujaheddin erano pronti partecipare agli scontri , ma il loro intervento non è stato necessario». Kassim si guarda bene invece dal precisare se l’arsenale missilistico sia rimasto intatto o abbia subito le conseguenze degli attacchi israeliani.
Il passo più inquietante dell’intervista, anche perché rilasciata a un quotidiano in linea con Damasco, riguarda la sopravvivenza dell’attuale governo e i rischi di un colpo di stato guidato dalle milizie sciite e dai militari filosiriani. «Hezbollah non intende per il momento rovesciare il governo», afferma Kassim. Quel «per il momento» fa capire che l’ipotesi non è proprio peregrina e che il grido d’allarme lanciato qualche giorno fa da Saad Hariri e Walid Jumblatt si basa su timori concreti. A far paura sono soprattutto le minacce di un accordo segreto tra i capi dell’esercito, ancora legati al vecchio padrone siriano, e le milizie sciite. Sulla questione del disarmo l’accordo sembra già raggiunto. Secondo fonti dei comandi militari nel sud la tacita intesa è già in vigore. Non si procederà ad alcun sequestro di armi se i guerriglieri le terranno nascoste nei loro bunker e torneranno nei rispettivi villaggi senza divisa. Il capo di stato maggiore delle forze armate, generale Michel Suleiman, non ha mai nascosto, del resto, il suo appoggio per le milizie sciite.