Un hidalgo troppo «vero» per piacere all’Italia

La nostra tradizione, da sempre ostile al realismo, ha ritardato la fortuna dell’opera cervantiana

Terminata la ricorrenza del quarto centenario dell’uscita della prima parte del Don Chisciotte, lo scorso anno, l’interesse della critica verso il capolavoro di Cervantes non accenna a diminuire; dopo il clamore dei festeggiamenti continuano i contributi che rappresentano ulteriori riflessioni sulla lettura del romanzo europeo per eccellenza. Fra questi si distingue il volume del noto studioso Jean Canavaggio (Don Chisciotte. Dal libro al mito, Salerno, pagg. 392, euro 23), che comprende una breve presentazione di Francisco Rico e la postfazione di Enrico Di Pastena sulla fortuna italiana del Don Chisciotte.
Il lucido profilo tracciato da Canavaggio ripercorre con dovizia di dati la genesi letteraria del libro e le avventure del protagonista, come pure illustra le varie letture e interpretazioni teatrali e musicali avvenute nel corso dei secoli; particolare è l’itinerario della diffusione del Chisciotte in Italia.
Cinque anni dopo l’edizione della princeps madrilena (1605), l’opera esce a Milano con dedica a Vitaliano Visconti. La pubblicazione in originale dell’opera dimostra che nella capitale lombarda, e non solo, c’era all’epoca un ambiente culturale in grado di leggere lo spagnolo. In ogni modo la prima versione italiana, a opera di Lorenzo Franciosini, è del 1622; si tratta di una traduzione modesta, contrassegnata da una lettura ludica e parodica. Lo stesso intento è presente ne La secchia rapita di Alessandro Tassoni: l’autore, dopo aver letto il Chisciotte durante un soggiorno in Spagna, introduce nel suo poema eroicomico spunti e riferimenti legati al personaggio cervantino.
Ugualmente, esistono nella drammaturgia italiana numerosi adattamenti teatrali del libro, mentre il romanzo si mostra più refrattario all’influenza del capolavoro spagnolo. Enrico Di Pastena spiega tale distanza, rispetto alla straordinaria ricezione del libro all’interno della prosa europea, con la mancanza di interiorità psicologica dei personaggi nella narrativa italiana. Da noi, osserva lo studioso, il romanzo era ancora privo di uno stile proprio e rappresentava quasi «una formula avventizia».
Nel Settecento, sempre nell’ambito del poema eroicomico, continua la mediazione del Chisciotte: si può ricordare la sua presenza anche nel vernacolo siciliano, come nel Don Chisciotti e Sanciu Panza (1787) del palermitano Giovanni Meli. Nel secolo successivo, grazie al rinnovato interesse per la cultura ispanica, numerose sono le traduzioni e rielaborazioni parodiche del libro, come il Don Chisciotte della Mancia (1814), composto in ottava rima di Nicola Limosino. Ma né Leopardi, Foscolo o Alfieri (eccetto Manzoni), che pure conoscono e leggono il libro, manifestano apprezzamenti e riflessioni sull’opera. In cambio, nel Novecento, a partire dall’esegesi di De Sanctis, Croce e De Lollis (autore del volume Cervantes reazionario in contrasto con la visione anticonformista di Américo Castro), si hanno nuove e rigorose traduzioni, ed evidenti sono le tracce del libro in autori italiani come Pirandello, Gadda, Calvino, Soffici, Carlo Levi, Morante, Saviane, Sciascia: Don Chisciotte diventa insomma il capolavoro che tutti quanti oggi ammiriamo.
Torniamo comunque a chiederci perché l’Italia sia stata per lungo tempo incapace di comprendere e apprezzare degnamente la grandezza e l’importanza del romanzo. La risposta viene dalle pagine dello studio cervantino: Rico e Di Pastena affermano che la cultura italiana, promotrice della tradizione classica, si è mostrata ampiamente ostile al realismo, rifiutando per lungo tempo ogni compromesso con la realtà storica e sociale.