Hillary, campagna in salita dopo l’addio del suo stratega

da Washington

Doveva essere il Karl Rove del Partito democratico, il “genio” che conduce le campagne elettorali con intuito pari alla spregiudicatezza, non fa errori ma spinge gli avversari a commetterli e si ammanta da imperscrutabile guru. A Mark Penn non è riuscita: la carovana che doveva guidare lo ha scaricato, ridotto a uno dei tanti mucchietti di zavorra che contrassegnano le campagne elettorali Usa e che sono l'indicazione quasi sempre infallibile che il candidato è nei guai. Per le dimissioni di Mark Penn ci sono tre motivi. Il coinvolgimento, finanziariamente non disinteressato, in una lobby favorevole a un accordo di libero scambio fra gli Stati Uniti e la Colombia. Hillary si è sempre detta contraria, il suo factotum si dava da fare perché il contratto venisse firmato al più presto e ciò potrebbe avere gravi conseguenze elettorali in Pennsylvania, lo Stato dove si svolgeranno le primarie il 22 aprile e che la Clinton “deve” assolutamente vincere se vuole continuare a sperare ma i cui elettori democratici sono contrari agli accordi di libero scambio, che considerano responsabili dell'emorragia dei posti di lavoro americani nell'industria manifatturiera.
È scattato dunque il meccanismo della incompatibilità. Anche perché c'è un secondo motivo, sempre legato alla Colombia: la ditta di public relations messa in piedi da Penn cura, si è scoperto, l'immagine e gli affari della Blackwater, la compagnia di contractor e di mercenari, massicciamente attiva in Irak e da mesi sotto accusa per una serie di omicidi di civili.
Ed è già molto più grave, ma non ancora importante come il terzo motivo, quello ufficialmente non citato: la campagna elettorale di Hillary Clinton va male. Il suo slancio di recupero nei confronti di Barack Obama sembra essersi esaurito ed è invece il suo rivale a risalire la china sia nei sondaggi sia nella allocazione dei delegati. In questo momento Obama ha un margine di oltre centosessanta delegati fra quelli eletti nelle primarie. Per raggiungerlo Hillary dovrebbe riconquistare tutto questo terreno nei dieci Stati che devono ancora votare, prima la Pennsylvania, ultimo, il 3 giugno, il Montana ed è dunque ridotta più di prima a contare sui “superdelegati”, quelli che possono decidere indipendentemente dalle inclinazioni delle maggioranze nei singoli Stati.
Il suo vantaggio, però, si va erodendo. Secondo un conteggio del New York Times sarebbe ridotto ad appena 12 voti, 221 contro 209 per Obama. Restano 364 indecisi (19 senatori, 6 governatori, 74 deputati, 120 membri del Comitato nazionale democratico più altri a diverso titolo), sulla carta ancora abbastanza se si muovessero tutti nella stessa direzione. Ma a quanto pare così non è. Negli ultimi giorni addirittura due superdelegati sono passati dal campo di Hillary a quello di Barack e vengono entrambi dallo Stato di New York. I motivi non risiedono soltanto nella “lettura” dei sondaggi ma anche nella sempre maggiore impopolarità di una scelta di campo contraria a quella di milioni di elettori democratici nei quaranta Stati chiamati finora alle urne.
A quanto pare lo “scandalo” dei passati discorsi del “parroco” di Barack è dimenticato mentre si ricorda positivamente la reazione del candidato. Obama è dato oggi in testa in un confronto finale con il repubblicano McCain mentre Hillary è dietro. E c'è un altro sviluppo incoraggiante per lui: i maschi americani bianchi sembrano più pronti a votare per un maschio americano nero che per una femmina americana bianca.