Hillary e Michelle, le donne croce e delizia di Obama

Per il successo della convention democratica che inizia oggi diventa
cruciale l’apporto dell'ex first lady e della moglie di Barack. La Clinton delusa perché è stata ignorata durante la scelta del vice

Denver - Le foto di famiglia scattate nel corso degli anni non mentono mai. Gli sguardi, i sorrisi, la postura rivelano l'animo di ognuno. E quando osservi quelle degli Obama non hai dubbi: in casa il boss è lei, Michelle. Sì, Barack è perbene, seducente, ma, come sempre, enigmatico, indefinito. Il che può essere un vantaggio. «La mia grande fortuna è che gli elettori vedono in me ciò che desiderano», ha ammesso recentemente. E allora c'è chi vede in lui un leader di colore, chi un nero che si comporta come un bianco, chi un bianco travestito da nero; qualcuno lo ama perché fa sognare, altri perché è rassicurante nel cambiamento; c'è chi esalta l'innovatore progressista e chi il moderato dalle mani pulite. Con Michelle, invece, l'impressione è netta: ha lo sguardo che uccide. Sicura di sé, determinata, sorretta da un fisico statuario che ne rafforza l'autorevolezza. Si è laureata ad Harvard e a Princeton, diventando un manager da 270mila dollari all'anno.

Una donna di successo, forse troppo per il pubblico americano, che non apprezza le first-lady invadenti, come fu la Clinton. Le due non si amano: quando la corsa per la primarie democratiche era ancora aperta, la signora Obama disse che se la nomination fosse andata a Hillary, lei probabilmente non l'avrebbe votata. Eppure alla convention democratica che si apre oggi a Denver, saranno entrambe protagoniste. Barack Obama ha un problema molto serio: non riesce a sfondare tra le elettrici e per ribaltare la tendenza deve affidarsi proprio a loro due, Hillary e Michelle, più che mai croce e delizia.

Già, Michelle. Il rapporto con la moglie è da sempre splendido, ma politicamente la sintonia non è assoluta. Lei è una radicale arrabbiata, al limite dell'estremismo. Dopo la vittoria del marito alle primarie disse: «Per la prima volta sono fiera del mio Paese». E venne sommersa di critiche. Da allora è stata attorniata da esperti di comunicazione che hanno evitato altre esternazioni sopra le righe. Stamane sarà lei ad aprire i lavori. Una scelta audace. Michelle, figlia di una casalinga e di un benzinaio malato di sclerosi multipla, racconterà la sua straordinaria ascesa di donna nera e porterà la sua testimonianza di madre moderna che ogni giorno cerca di conciliare famiglia-marito-figli-lavoro. Lo scopo? Suscitare empatia. Il rischio? Un discorso troppo grintoso e impegnato che finirebbe per alimentare la diffidenza dell'americano medio.

Ventiquattro ore dopo toccherà a Hillary, che ieri ha ribadito il suo appoggio a Obama. In teoria, tutto bene; in realtà tutto (o quasi) male. La scelta di Joe Biden come vice è stata accolta male dal clan della Clinton. Lei ha manifestato ad alcuni amici la sua amarezza per l'atteggiamento di Barack, il quale, oltre a non consultarla nelle ultime settimane, non ha avuto nemmeno la cortesia di chiamarla prima di formalizzare l'annuncio. I suoi sostenitori sono ancora più amareggiati, perché avevano creduto alle voci, diffuse dai repubblicani, di un possibile ticket tra i due. A essere arrabbiate sono soprattutto le donne. I dati diffusi la settimana scorsa parlano chiaro: solo il 50% dei fan di Hillary voterà per Obama; il 20% preferirà McCain e il 30% è indeciso. Peraltro la nomina di Joe Biden, non sembra averle rinfrancate. Secondo un sondaggio di Rasmussen appena il 33% delle elettrici la approva, mentre il 27% la deplora.

Ecco perché il discorso di domani diventa cruciale. Ci vorrebbe la miglior Hillary, entusiasta e trascinatrice, per spazzare via la diffidenza delle sue truppe; se invece, come è probabile, la senatrice di New York si limitasse a un appoggio tiepido, le ripercussioni potrebbero essere pesanti: senza il voto compatto delle elettrici democratiche, la Casa Bianca rischia di restare un sogno per Barack Obama.