Hillary e Obama si beccano e McCain riguadagna punti

A vuoto gli attacchi della Clinton nel dibattito tv dell’altra notte. Sos di Bill per la moglie: le casse sono vuote, servono 2 milioni in 24 ore

da Washington

È stato il ventesimo dibattito fra Hillary Clinton e Barack Obama nella corsa alla nomination democratica per la Casa Bianca e, per quanto serrato possa essere uno scambio di argomenti e di accuse e contraccuse, il tessuto comincia a mostrare la trama. Al punto che secondo alcuni osservatori americani, di quelli che «se ne intendono», uno dei punti cruciali del torneo oratorio di Cleveland è stato un cuscino. Quello su cui Obama sedeva e che la Clinton ha preso come esempio e pretesto per l'ennesima accusa ai moderatori, di trattare il suo avversario con un occhio eccessivamente benevolo.
«Chiedetegli - ha sibilato Hillary - se ha bisogno di un cuscino in più». Barack, insomma, come «cocco della maestra» dei mass media. Molti dei quali si sono precipitati su questa frase interpretandola come un ennesimo scatto di nervi e comparandola addirittura alle lacrime, spontanee o meno, che comparvero agli occhi della senatrice di New York alla vigilia del voto nel New Hampshire (e che forse contribuirono in modo determinante alla sua «resurrezione» in quel lontano martedì).
Hillary starebbe perdendo il controllo, Hillary sente che il vento è girato contro di lei, Hillary starebbe addirittura pensando alla rinuncia. Scarseggiano i fondi. Il marito Bill, l’ex presidente, ha lanciato l’sos: «Servono 2 milioni di dollari in 24 ore». Se non arrivano questi dollari, è contrario è ancora più a rischio il successo nelle decisive primarie del 4 marzo in Texas e Ohio, entrambi gli Stati hanno le caratteristiche più favorevoli alla Clinton, in entrambi lei sembra mantenere un minimo vantaggio, in entrambi questo suo margine si è drammaticamente assottigliato nelle ultime settimane, in entrambi è possibile il sorpasso da parte di Obama, soprattutto se non ci saranno i finanziamenti invocati di Bill.
Evidentemente, in quest’ultimo dibattito televisivo, la Clinton e Obama non avevano molte cose nuove da dirsi tre giorni dopo il penultimo duello a Dallas e hanno così spostato un poco il tiro: Hillary ha parlato soprattutto dell'assistenza sanitaria, dell'immigrazione illegale e della «concorrenza sleale» ai prodotti americani che minaccia i posti di lavoro. E ha fatto una concessione abbastanza importante: per la prima volta ha ammesso di avere sbagliato quando ha votato in favore della guerra in Irak.
Obama ha approfittato del dibattito per prendere le distanze dall’imbarazzante appoggio che gli aveva dato Louis Farrakhan, capo dei musulmani afroamericani. Il senatore dell’Illinois ha affermato il suo forte «sostegno a Israele» e ha etichettato come «inaccettabili e riprovevoli» gli attacchi verbali a ebrei e israeliani di Farrakhan. La Clinton ha ribattuto che non basta rifiutare le parole del musulmano a stelle e strisce, bisogna prenderne bene le distanze, proprio come fece lei nel 2000, nelle elezioni per il senato di New York, quando disse di no ai voti che le offriva il piccolo «Independence Party», le cui posizioni erano velatamente antisemite.
In Texas il vantaggio di Hillary sembra ridotto al 2-3 per cento, in Ohio appare più consistente, attorno ai 10 punti; ma in entrambi gli Stati Obama è in ascesa. Più interessanti sono i dati che prefigurano l'elezione che conta, quella di novembre. E qui le notizie sono buone soprattutto per il repubblicano John McCain, che avrebbe risuperato entrambi i possibili sfidanti democratici e condurrebbe ora con due punti di margine su Obama (in pratica un pareggio) e almeno 6 su Hillary.
Non è uno spostamento drammatico in sé, ma contiene due dati molti interessanti. Il primo è che il senatore dell’Arizona è considerato molto più «professionista» dei rivali e degno di maggior fiducia sui temi più urgenti, inclusa la guerra in Irak che pure la grande maggioranza degli americani continua a condannare.
È interessante però che la guerra, assieme alla minaccia terrorista, sia l'argomento ritenuto principale da coloro che sostengono McCain, prevalendo addirittura sulla situazione economica pur allarmante. I repubblicani, insomma, serrano le fila. E il cuscino più comodo, nella «seduta» politica di Cleveland, è toccato proprio a McCain.