Hillary rischia la Casa Bianca per un gatto nero

Socks è un tipo col pelo sullo stomaco, ma questa carognata non se l’aspettava nemmeno lui e da una donna per giunta. Che l’ha usato, sedotto e abbandonato. Non si è mai fatto mancare niente nella vita il ragazzo, amicizie che contano, briefing alla Casa Bianca, fotografi ogni giorno, manco fosse Corona, davanti all’uscio di casa. E anche se il suo nome vuol dire «calzini», non ha nessuna intenzione di farsi mettere sotto i piedi. Per questo ha deciso di vendicarsi di quella donna che gli ha spezzato il cuore e nel modo più velenoso che c’è: spifferando tutto alla stampa. E mettendo nei guai nientemeno che il candidato numero uno alla presidenza degli Stati Uniti: Hillary Clinton. Mica bau bau micio micio.
Socks conosce i Clinton da almeno un paio delle sue sette vite. Era il gatto di famiglia, il prediletto di Chelsea, un pezzato bianco e nero non di razza ma di rango. E con una sfilza di antenati lunga così. Slippers per esempio, il micio di Theodore Roosvelt, che partecipava alle cene di Gala della Casa Bianca e poi si addormentava nel corridoio dove gli ospiti erano gentilmente pregati di scavalcarlo per non disturbare il riposino. O Tom Kitten, il felino di John F. Kennedy, immortalato come Liz Taylor e Marilyn Monroe dai fotografi più famosi del mondo. Sembrava felice e invece adesso si viene a sapere la crudele verità: Socks è stato abbandonato. Quando i Clinton dopo otto anni lasciarono la Casa Bianca, Hillary lo sbolognò a Betty Currie, la segretaria personale del presidente, e che s’arrangiasse il gattaccio a vivere di lische. Proprio lei che predicava «avere un animale in casa è un’adozione non un acquisto», proprio lei che si era servita spudoratamente del micio a scopi di propaganda, raccogliendo in un libro tutte le lettere indirizzate al suo first cat, insistendo nel spiegare che la Casa Bianca era diventata una vera e accogliente dimora proprio grazie al tenero gattino. Dopo tanti anni pensava di averla fatta franca invece non dire gatto se non ce l’hai nel sacco.
Sono stati due giornali a smascherarla, The Atlantic e il domenicale londinese Sunday Times. E adesso il gatto che non è nero ma comincia a sembrarlo potrebbe complicare la corsa di Hillary alla presidenza degli Stati Uniti. Perché dicono i giornali lo sbrigativo trattamento del gatto da parte di Hillary «va al cuore degli interrogativi sulla sua candidatura» e mette in luce il carattere «troppo freddo e calcolatore» dell’ex First lady. Sulle pagine di The Atlantic Caitlin Flanagan è sferzante fino al paradosso: «Non è che negli annali della malvagità umana mollare un gatto sia in cima alla lista ma è molto fastidioso che chi si candida a donna più potente del mondo si sia disfatta così di un animaletto indifeso». E il Sunday Times va giù ancora più duro: «Il caso Socks è la prova dell’invincibilità politica di Hillary, pronta a sfoderare qualsiasi arma pur di ottenere quello che vuole».
Di certo per i suoi colleghi il trattamento è stato molto diverso. Putin ha fatto costruire un monumento di bronzo a Koni, la sua cagnetta labrador; Bush ha fatto realizzare un film su Barney, lo scottish terrier di casa; Churchill citò Jock, il gatto che dormiva con lui, nel suo testamento; Humprey, il gatto randagio che abitò Downing Street con Margaret Thatcher e John Major, che lo coccolavano, e Tony Blair, che invece lo sfrattò suscitando furore nazionale e perfino un'interrogazione parlamentare, il giorno della morte, a diciotto anni suonati, si vide salutare dal Sun con questo titolo: «Il mondo della politica piange una leggenda». Lui invece niente: l’hanno proprio trattato come un cane...