Ma per Hillary il vero pericolo è il Nord Corea

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Avremo una «guerra di Hillary» in concorrenza, o in opposizione, alla «guerra di George W.»? Non proprio, ma è destinata ad avere una notevole eco la sortita della ex first lady (e probabile candidata alla Casa Bianca per riconquistarla nel 2008 al Partito democratico e al cognome Clinton), che richiama all’estrema urgenza di fare qualcosa per fermare il riarmo nucleare della Corea del Nord. L’allarme è corroborato da cifre: non del senatore Clinton, ma del governo americano, del Pentagono e della Cia, il cui direttore, Porter Goss, ha riferito più di tre mesi fa alla Commissione senatoriale per le Forze armate che il numero di ordigni nucleari ora in possesso di Pyongyang continua ad aumentare ben oltre la soglia dell’«una o due bombe» che si calcolava fossero state prodotte negli anni Novanta. Ora si ritiene che i nordcoreani abbiano riconvertito le 8mila barre di combustibile nucleare che erano state bloccate fino al 2003 sotto stretta sorveglianza dall’accordo provvisorio fra Pyongyang e Washington. La rottura dei negoziati è servita come pretesto al regime comunista per spingere a fondo sull’acceleratore.
È ora di avere fretta, ammonisce Hillary, citando fra l’altro il capo degli Stati maggiori riuniti russi («dobbiamo fare tutto il possibile perché la Corea del Nord non passi ora alla fase dei test») a conferma dei ripetuti moniti dei responsabili militari americani. E la Clinton si chiede perché mai l’amministrazione si comporti come se non ci fosse nessun pericolo urgente da quelle parti: «Abbiamo fatto una guerra per distruggere un arsenale nucleare che non esisteva (in Irak) e non facciamo nulla per far fronte a quello che c’è». Il motivo, secondo l’esponente democratica, è l’orgogliosa impuntatura del governo Bush nel non voler trattare a nessun costo con i nordcoreani, che si esprime nel non far nulla. L’America dovrebbe invece accedere a negoziati bilaterali urgenti, spiegare bene oltre quali limiti non è disposta a tollerare questo processo destabilizzante per l’intero Estremo oriente e offrire il massimo in termini di aiuti economici, e di garanzie politiche. «Mandare insulti a Kim Jong Il non è una misura seria: sarebbe metterlo con le spalle al muro con una proposta precisa».
La Clinton raccomanda anche di rinserrare la collaborazione diplomatica, oltre che con i Paesi confinanti come Giappone, Cina e Russia, anche con l’Europa «in modo da non ripetere l’errore che ci ha isolato in Irak. Il tempo stringe. O i nordcoreani condurranno i loro test (e potranno poi trasferire materiale e tecnologia nucleare ai nostri nemici) oppure l’Amministrazione si deciderà ad agire, usando carota e bastone, per fermare le lancette dell’orologio e trovare una soluzione pacifica di questa crisi, prima che sia troppo tardi».
La sua non è una voce isolata, ma le difficoltà sono molte. Un accordo con Pyongyang presupporrebbe a questo punto la rinuncia degli Stati Uniti a perseguire un «cambiamento di regime» nella Corea del Nord, che è uno dei tre pilastri dell’Asse del male. Inoltre l’impegno prolungato in Irak toglie alla superpotenza una credibilità per una azione militare immediata. Il Pentagono sta esaminando proprio in questi giorni l’opportunità di rivedere la «dottrina» secondo cui l’America sarebbe in grado di condurre contemporaneamente «due guerre di grandi dimensioni». Ci si dovrebbe invece limitare a una e dedicare maggiori risorse alle misure non strettamente belliche contro il terrorismo, in particolare alla protezione del suolo americano. E quanto all’Irak, Bush è meno che mai disposto a fare un passo indietro. In un discorso celebrativo del 4 luglio, egli ha addirittura paragonato il conflitto in corso alla Guerra d’indipendenza americana.