HILLARY

Hillary vacilla, chiude la bocca, la riapre, si ferma, ragiona. Il robot s’è inceppato. Il primo errore, dopo dieci mesi di campagna elettorale. «Gli immigrati irregolari? Sì, io la patente gliela darei». Due minuti dopo: senatrice Clinton, quindi lei è favorevole alla proposta di dare una patente ai clandestini? «No». Come, perché, un attimo. Il boccaporto è aperto. Come on: tutti contro Hillary, perché era quello che aspettavano. La gaffe, la caduta, la contraddizione. Flip-flop, dicono gli americani: indecisa, ondivaga, inaffidabile. A un anno esatto dalle elezioni presidenziali, l’ex first lady sa che è lei il nemico. Per i democratici, con cui deve combattere fino alla nomination. Per i repubblicani, che la vedono come il diavolo verso l’election day del 4 novembre 2008.
L’ACCERCHIAMENTO
Accerchiata, Hillary. Barack Obama, l’unico avversario democratico che può competere con lei, l’ha attaccata subito: «Buona politica per Washington. Fa zig zag, cambia posizione quando per lei è conveniente». Cioè l’immigrazione, ma pure l’Irak. John Edwards è arrivato immediatamente: «Hillary ha detto due cose diverse nello spazio di due minuti». Di fronte alla tv, a guardare il dibattito, c’erano i candidati repubblicani. Quella scena non gli è sembrata vera. Rudy Giuliani ha contattato le agenzie: «Conosco i politici come lei: parlano con due accenti diversi a seconda degli interlocutori».
La Clinton s’è sentita ammaccata. L’errore l’ha capito da sola: lei che non aveva fallito un solo colpo finora, lei che aveva massacrato i rivali in tutti gli altri dibattiti, lei che vola nei sondaggi su qualunque rivale, lei che cade così, su una domanda semplice, su un tema tutto sommato secondario. Ecco lei, proprio lei: «È stata una giornata difficile». Praticamente è come se un pugile ammettesse di averle prese. Fair-play quasi, perché i problemi forse sono altri. C’è il prestigioso Wall Street Journal che ha cominciato a essere velenoso: «Negli anni Novanta clintonesco era diventato sinonimo di pensare una cosa e dirne un’altra in politica. Lei ha adottato tutti i metodi politici del marito senza il suo savoir fair». L’accusano di vendere fumo, di nascondere il suo programma, di non avere talento politico.
UN ALTRO SEXGATE?
È peggio, questo. E Hillary si preoccupa. Mancano due mesi all’inizio della maratona delle primarie: quasi sicura della nomination democratica, si concentra sul dopo. Cioè la corsa vera verso la Casa Bianca. L’accostamento con Bill può essere un problema o un vantaggio. Poi ora c’è pure qualcuno che comincia a spifferare strane allusioni. Sui blog politici washingtoniani si dice che il quotidiano Los Angeles Times abbia pronto un servizio su un nuovo sexgate. Nessuno sa se e quando sarà pubblicato, né tantomeno se la storia sia vera. Però lo scandalo politico-erotico sarebbe di quelli tosti e riguarderebbe un candidato o una candidata alla presidenza: niente nomi, per ora. Quindi tutti dentro. Hillary pure: è la più famosa e la più in vista. Allora voci, illazioni, pettegolezzi. Giochi sporchi da campagna elettorale.
UNA MONTAGNA DI DOLLARI
Colpita dagli avversari, attaccata dalla stampa, la Clinton aspetta che passi l’uragano seduta su una montagna di dollari. La campagna funziona: la sua macchina raccogli soldi ha pareggiato quella di Obama e sta massacrando quella di tutti i repubblicani. Il forziere conta 90 milioni di dollari e con lei adesso ci sono anche alcuni dei gruppi di finanziatori che fino al 2004 avevano contribuito alle campagne di George W. Bush. Altri soldi arriveranno. Tanti: la Federal election commission, l’agenzia che controlla i fondi elettorali, stima che lei possa raggiungere i 500 milioni. Una cifra mai raggiunta, mai ipotizzata. Una cifra che dovrà incassare anche l’avversario repubblicano che arriverà alla nomination. Perché chi vuol vincere tra un anno deve spendere e per spendere deve avere vagoni di soldi a disposizione. Giuliani può. La sua raccolta fondi non va benissimo, per ora: i repubblicani non hanno ancora deciso se è l’uomo giusto. È in testa ai sondaggi interni al partito da sempre: sono arrivati tre avversari e tutti erano considerati più eleggibili di lui. McCain, Romney, Thompson.
IPERCONSERVATORE
Il sindaco d’America li ha respinti a uno a uno: davanti a ogni consultazione, 7 punti in più, nonostante i dubbi e la presunta antipatia, nonostante l’eccessivo progressismo sui temi sociali. Dicono che Giuliani non piaccia, però va. Deve resistere un mese, arrivare in corsa il 5 febbraio, quando si voterà negli Stati più importanti. Sono tutti suoi. Se ci riuscirà potrà già pensare a chi scegliere come vicepresidente. Un nome c’è già: Mike Huckabee. Anche lui è candidato: dietro nei sondaggi, ma in rimonta. Potrebbe essere la sorpresa delle primarie oppure l’alleato perfetto di Giuliani. È il suo opposto: conservatore puro, anti-aborto, pastore battista. È il governatore dell’Arkansas, Stato di Bill Clinton. Vive a Hope, città di Bill Clinton. E conosce Hillary.