Himalaya, gli alpinisti ritornano con gli sci

Dopo quattro giorni Nones e Kehrer si fanno vivi con una telefonata: "Tranquilli stiamo bene e torniamo a casa". Gli scalatori dispersi sul Nanga Parbat, dopo la morte di Unterkircher, tentano il rientro al campo base

«Tranquilli, non vi preoccupate. Scendiamo con gli sci...». Come fosse tuo figlio in vacanza, che ti manda un sms, a te vecchio rincoglionito che non sei altro, che ti preoccupi sempre per niente. Roba da salire lassù e buttarli dentro un crepaccio. Ma come scendiamo con gli sci? È un mese che ci fate salire la pressione a ottomila metri. «Devono essere disperati, che Dio ce la mandi buona», «Se il tempo peggiora per loro sarà difficile salvarsi», «Un intervento di soccorso? Rischiosissimo e dalle conseguenze imprevedibili», «Sono sotto choc, cercate di capirli: hanno perso la loro guida in un crepaccio e adesso sono allo sbando», «Hanno ricevuto cibo e cellulare ma purtroppo non siamo riusciti a parlare con loro, forse anche il telefono è andato perso in un crepaccio», «Sono chiusi nella loro piccola tenda, passeranno un’altra notte tra i ghiacci, speriamo non sia l’ultima». E poi la Farnesina che attiva l’unità di crisi, che manda esperti e guide alpine, che segue «con apprensione» l’agonia minuto per minuto, e Messner che fa la Cassandra («Soccorrerli significa rischiare altre vite...»), per non parlare dei sismografi dell’informazione che vanno in tilt e le aperture dei Tg e le prime pagine dei giornali e la menata della montagna maledetta che ingoia i corpi degli alpinisti senza sputarli mai più. E loro che fanno? Rispondono al telefono dopo giorni: «Ciao ragazzi, che succede? Siamo fuori dalla via, stiamo bene, scendiamo dalla Buhl. Tutto a posto, tanto abbiamo gli sci...». Cioè quelli che si preoccupavano eravamo noi, perché per loro l’unico problema era che non c’era campo, come a te quando scendi in garage. C’è mancato poco che chiedessimo noi i soccorsi da quanto stavamo in agitazione, ci mancava l’ossigeno a stare nel tinello, altroché a milletré. «Vi veniamo a prendere a metà strada, cosa dite?», «Ma vediamo come si mette domani, magari non c’è bisogno». Niente elicotteri, si scende alla montanara, come alla settimana bianca. Un intero Paese in allarme. Per una sciata in compagnia.

Walter Nones e Simon Kehrer, dispersi sulla cima himalayana del Nanga Parbat dopo che il loro compagno di cordata Karl Unterkircher è finito in un crepaccio, erano dispersi almeno quanto lo è tuo figlio al Camping La Secca. In fondo anche loro sono in una tendina. Sono entrati in contatto con il campo base, più o meno intorno a mezzogiorno, quando il telefono ha trovato campo per riuscire a comunicare. «Hanno viveri e sono in buone condizioni» ha spiegato Agostino da Polenza, che ha coordinato dall’Italia l’operazione di soccorso, che soccorso non è, con Silvio Mondinelli e Maurizio Gallo al campo base. Si sa che Simon ha scambiato un paio di paroline con Marta, la fidanzata, che non lo sentiva più dalla morte di Karl, e che Walter ha chiamato la moglie di Nones per chiederle della compagna dell’amico morto: «Silke, come sta Silke?». Allarme rientrato, spedizioni di soccorso italiane ferme, fine della grancassa. Per cinque giorni non abbiamo pensato ad altro, facendo scorta di Tavor, come fossero viveri da consumare tra i ghiacci. Per le due ragazzine nomadi annegate a Torregaveta, invece niente, anzi dicono che i bagnanti abbiano continuato a fare il bagno indifferenti con i cadaveri sul bagnasciuga, coperti da un telo. Poi dicono che il mare è meglio della montagna.

Walter Nones e Simon Kehrer torneranno stamattina alle sei seguendo lo stesso identico programma che Karl aveva disegnato e annunciato sul diario online www.karlunterkircher.com, niente di più e niente di meno. Percorreranno la via aperta da Hermann Buhl nel 1953 che circumnaviga tutta la parete Rakhiot sulla sinistra, perché a 6.400 metri c’è un campo deposito che avevano lasciato nelle scorse settimane, durante le salite d’acclimatamento: «Siamo cento metri sopra la Sella d’Argento sul ghiacciaio Bazin, siamo un po’ stanchi, adesso andiamo a dormire, ci sentiamo prima di partire». Cioè vacanza finita papà, è l’età che ti fa agitare.

E invece no che non è finita: pare che ci sia un altro gruppo in difficoltà adesso, sul versante opposto della montagna, il Diamir, sono iraniani, il capo spedizione è una donna. Ha chiesto aiuto per soccorrere alcuni portatori d’alta quota, dispersi lassù, con già i sintomi del congelamento, le probabilità che gli daremo retta stavolta sono le stesse che ha il mago Otelma di succedere a Benedetto XVI. Li inviteremo a scendere, questo di sicuro, loro come i nostri, ma come facciamo di solito in autostrada con quello che ti sorpassa a destra: con le mani a cerchio...