Hina sepolta dall’ideologia dell’indifferenza

Mentre tornavo dai funerali di Hina Salem, mi chiedevo ancora una volta perché l’esistenza spezzata di una ragazza pachistana che voleva solo crescere libera in un Paese libero, non fosse stata giudicata meritevole di un po’ di attenzione, di un semplice gesto di presenza da parte della compagine di governo. Quando fu uccisa, ad agosto, si parlò di funerali di Stato, di costituirsi parte civile. Ora neanche una corona di fiori con qualche parola di circostanza, nemmeno un telegramma di qualche Autorità dello Stato per ricordare a tutti quelli che erano lì quel giorno, che non c’era sfuggito il significato di quella testimonianza di vita, prima ancora che la brutalità di quella morte.
In politica difficilmente le cose succedono per distrazione o per disattenzione. L’indifferenza e il silenzio con cui abbiamo lasciato che Hina Salem venisse accompagnata alla sua sepoltura non è un caso. È lo specchio dell’indifferenza e del silenzio che accompagnano oggi le grandi questioni di quello che una volta veniva chiamato «l’orizzonte morale» di una società. I concetti di responsabilità e di dovere, la coscienza dei valori di riferimento che la rendono forte, capace di affrontare e di elaborare ogni cambiamento senza mettere a rischio la stabilità delle sue fondamenta e la sicurezza del suo futuro. La solitudine che ha circondato quel funerale e i gravi problemi dell’integrazione, obbedisce allo stesso pensiero debole e muto che oggi vuole assegnare alle coppie di fatto un certificato di diritto pubblico, lasciando nell’ombra le conseguenze che questa scelta comporta.
Quando una cultura di governo confonde piani e valori e comprende nello stesso linguaggio, nello stesso orizzonte morale, convivenze e famiglia, quando propone modelli comunque interscambiabili al di là delle sottigliezze e delle confusioni giuridiche e non stabilisce una scala chiara e comprensibile di priorità e di preferenze, è impossibile non vedere in tutto questo una resa pericolosa della collettività a desideri individuali e particolari. Che hanno già a disposizione tutti gli strumenti del diritto privato per essere legittimamente tutelati e regolati. La liberalizzazione dell’idea di famiglia, sostiene giustamente Alfredo Mantovano, diffonde un nuovo manifesto dottrinale che finirà con lo scardinarla alla radice, mattone dopo mattone. Il riconoscimento delle convivenze nella sfera del diritto pubblico, sottolinea altrettanto giustamente Giulio Tremonti, finirà col privilegiare un prodotto «a bassa intensità morale» e perciò di largo consumo. Una merce che promette, soprattutto ai più giovani, un acquisto con molte attrattive: molti diritti e nessun dovere, tanti vantaggi e nessun vero impegno. Se la famiglia finisce sul mercato, non è difficile prevedere che le alternative avranno facilmente la meglio, accompagnate passo dopo passo da questa ideologia dell’indifferenza che rende così tanto più agevole imboccare la strada di una società impoverita nei suoi contenuti e indebolita nella sua storia. Proprio come, con l’ideologia dell’indifferenza, abbiamo risposto alla voce di una ragazza pachistana che ci chiedeva solo di riconoscere, almeno nel giorno della sua sepoltura, la sua voglia di libertà e la sua fiducia nei valori del nostro Paese.