Hina, tensione e lacrime ai funerali islamici

Uccisa perché viveva da italiana. I parenti non volevano il fidanzato alla celebrazione Lui: «Spero che resti qui per sempre»

nostro inviato a Brescia
Sedici piccole lapidi. Tutte a punta, tutte uguali, spuntano allineate dal prato verde riservato ai fedeli musulmani nel cimitero Vantiniano di Brescia. Sedici tombe di bambini con date di nascita e morte così vicine da raccontare vite tanto brevi da stringere il cuore. Sull’ultima, quella di Elkarroubi Abdallah, di data ce n’è solo una - 9 aprile 2006 - preceduta dalla fredda e burocratica sigla NM: nato morto. Da ieri saranno loro, anime pure, insieme ai quattro adulti che riposano pochi metri più in là, a fare compagnia a Hina Salem, la giovane pachistana sgozzata dai suoi familiari l’11 agosto scorso per uccidere così, insieme a lei, anche il suo sogno di voler essere una donna occidentale, una donna libera, una donna come tutte le sue amiche di qui.
Sfila un’unica corona di fiori - rose gialle - in questo funerale così strano e diverso. Dove percepisci il dolore, ma dove solo i maschi islamici sono ammessi a manifestarlo, dove puoi ascoltare la voce dell’imam, ma dove non puoi far altro che cercare di intuirne il significato. Una diversità di fatto che sembra segnare di più, anziché restringere, la divisione tra due etnie, due religioni, due mondi. Le rose gialle sono portate da Giuseppe Tampini, il fidanzato di Hina, che piange, fuma nervosamente e smozzica con voce rotta qualche parola, sostenuto dal suo avvocato Loredana Gemelli e rincuorato dall’onorevole Daniela Santanchè, unica politica presente alle esequie oltre al sindaco di Brescia Paolo Corsini.
Tutti guardano a lui, a Giuseppe. Prima, all’obitorio, gli avevano impedito l’ingresso, accusandolo di aver bevuto alcolici, proibiti dall’Islam. Ma poi, una volta al camposanto, quando la prima palata di terra è caduta sulla bara di legno chiaro, davanti al suo scoppio di lacrime una mano pachistana gli si è posata sulla spalla, invitandolo a unirsi agli altri. «Spero che Hina resti qui per sempre, per ora grazie al mio legale sono riuscito almeno a ottenere quello», si consola il ragazzo.
Speranza che Daniela Santanchè fa sua, promettendo di battersi perché accada, «perché Hina, che ora è qui nella sua terra, in questa terra ci rimanga». Ma è furente, la parlamentare di An. Ce l’ha con il governo Prodi, «che si era impegnato a costituirsi parte civile» contro gli assassini. E ce l’ha con i colleghi e le colleghe di sinistra. «È una vergogna, questa ragazza che voleva vivere insieme a noi, che voleva integrarsi, che dell’integrazione avrebbe dovuto essere presa a simbolo, proprio oggi è stata lasciata sola. Qui non c’è nessuno dei 101 esponenti di questo esecutivo, nessuno di quei colleghi e soprattutto colleghe donne che si riempiono la bocca con la parola integrazione, forse perché tanto le parole non costano niente».
Ci sono stati riferimenti alla «misericordia divina» e al «perdono» nelle parole dell’imam, spiega poi Sajid Shah, fondatore della locale associazione islamica, ringraziando «tutti gli amici italiani che ci sono stati vicini nel dolore» e aggiungendo che questa non è solo l’ora per «lasciare che lei, Hina, contesa tra due mondi, riposi finalmente in pace». Lei, povera ragazza, che come ogni adulto, ammette Shah, «avrebbe dovuto essere libera di fare la sua scelta di vita. Ma mostri ce ne sono purtroppo dappertutto - conclude -; qui come a Parma e a Erba».