Hiroshima, 6 agosto 1945 la cicatrice del Novecento

«Vuoi sapere come si resiste alla bomba? Guardami». Capelli bianchi, pizzetto sul mento, fisico energico benché rattrappito. Il suo nome lo leggo sul cartellino appeso alla camicia: Okamoto Toshiyuki. Una dimostrazione incontrovertibile della spasmodica volontà di vivere che anima la nostra specie perfino quando, come accadde la mattina del 6 agosto a Hiroshima, il cielo le crolla addosso con una violenza apocalittica capace di incendiare gli uccelli in volo, distruggere i palazzi e trasformare gli uomini seduti sulle scale di una banca in ombre sui muri.
Vorrei poter dire in poche parole perché sono voluto andare a Hiroshima, ma se ci riuscissi davvero sarei un’altra persona, non quella che è partita. Ho deciso di farlo da solo, senza strutture di supporto. Dodici ore e mezzo di volo sulla Siberia di Anton Pavlovic Cechov e Valentin Rasputin, i due scrittori che più di tutti mi sono venuti in mente osservando dal finestrino dell’aereo i fiumi-serpenti e le montagne-smeraldo sottostanti. Tre giorni di viaggio nel mese più caldo dell’anno in un avvicinamento progressivo fino al celebre ipocentro, nei pressi del ponte Aioi, quasi che per me il fatto stesso di essere lì, sulle sponde del fiume, davanti alla Gembaku Domu, la cupola dell’unico edificio rimasto in piedi dopo l’esplosione atomica di sessant’anni fa, fosse sufficiente a farmi illudere di potermi prendere sulle spalle, come fece Enea col vecchio Anchise, i responsabili materiali del tragico bombardamento.
Naturalmente questo non era realizzabile, eppure mentre fendevo la marea di adolescenti che assediava Shibuya, a Tokyo, non potevo fare a meno di crederlo. Siamo tutti figli dell’atomica, dicevo a me stesso: che lo vogliamo oppure no, gli straordinari sviluppi tecnologici coi quali abbiamo a che fare nella vita quotidiana affondano le loro radici anche in quel giorno maledetto, quando persero la vita all’istante, simili a farfalle trafitte da un sole artificiale, 50mila persone, il primo anno dell’era nucleare. Altre 120mila vittime seguirono in tempi successivi, in una catastrofica risacca radioattiva che tante domande ancora adesso non smette di rivolgere alla coscienza di ognuno di noi, soprattutto per quanto riguarda i limiti che il progresso scientifico, secondo alcuni, dovrebbe imporsi e dai quali, secondo altri, farebbe bene a non lasciarsi imbrigliare.
Nel quartiere di Ueno, l’Ameya-yokocho Arcade, il mercato cinese coi pesciolini essiccati dentro le grosse buste trasparenti, scrutinavo, dentro di me, i volti degli uomini che, partendo dall’isola di Tinian, nell’arcipelago delle Marianne, il punto più avanzato di cui disponeva l’aviazione americana, portarono il gigantesco B29 negli indifesi cieli nipponici sganciando «Little Boy» sul bersaglio inerme. Una galleria di personaggi noti che, prima di partire, avevo imparato a memoria e adesso ripetevo a me stesso come bizzarre parole d’ordine: il pilota, Paul Warfield Tibbets, accanito fumatore di pipa che, scrivendo il nome di sua madre, Enola Gay, sul muso dell’aereo, trovò il modo più imbarazzante per farla diventare famosa; il puntatore, Tom Ferebee, ex campione di baseball, con la vista dell’aquila e il cuore di pietra; il navigatore, Dutch Van Kirk, scanzonato come un ragazzino che sta per compiere una marachella; il mitragliere di coda, Bob Caron, il primo a fissare, attraverso gli occhiali protettivi da saldatore, il fungo atomico fotografandolo poco dopo l’ardita virata a 60 gradi imposta da Tibbets al pesante apparecchio per evitare di restare invischiati nella nube malefica.
Il treno delle ferrovie nazionali correva intorno alla megalopoli mentre io, sulla Yamanoto Line, continuavo a vedermi passare davanti agli occhi gli individui coinvolti nella strage. Impossibile elencarli tutti, ma alcune facce proprio non potevo dimenticarle: il maggiore generale Leslie R. Groves e il dottor J. Robert Oppenheimer, i costruttori del temibile ordigno; il colonnello Deak Parson, che durante il volo fatale, di notte sull’Oceano Pacifico, scese nel vano che ospitava la bomba per armarla con pinze e cacciaviti; il Presidente degli Stati Uniti Henry Truman, ex ufficiale di artiglieria durante la Prima Guerra Mondiale, che diede l’ordine di procedere, fino agli scienziati in varia misura corresponsabili, molti dei quali parteciparono fisicamente all’impresa, imbarcati sul Great Artiste, il secondo bombardiere della squadriglia, con il compito di osservare una detonazione che, secondo Enrico Fermi, non l’ultimo arrivato, avrebbe potuto incendiare l’atmosfera e distruggere il globo.
Certo non avevo in testa soltanto loro. La sera del mio arrivo, dal trentanovesimo piano della Ebisu Tower, a stento trattenni una specie di stupefazione nel vedere distesa, a perdita d’occhio, la capitale giapponese, coi palazzi raggruppati secondo composizioni modulari la cui serialità mi faceva pensare al principio di Siddharta: non opporre ostacoli, lascia piuttosto che l’acqua del fiume levighi i suoi sassi. Lo shock visivo di Tokyo consisteva in questo: i materiali architettonici erano di marca yankees (vetro e cemento armato), rappresentavano cioè una quintessenza europea, quindi avevo l’impressione che le case, i cavalcavia e i ponti fossero la mia lingua, ma parlata da uno straniero. Assai più che i grattacieli di Ginza, il quartiere elegante dei ristoranti e delle boutiques, contava l’idea che li aveva ispirati.
Buddha, per l’appunto. Fare in modo che la passione umana, solitamente devastatrice, si esaurisca da sola. Eppure proprio in Giappone, mi veniva spontaneo aggiungere, il desiderio di ricchezza, salute e felicità pare essere deflagrato nella forma occidentale pura: è forse questa, ancor più della bomba atomica, la vera ferita spirituale inferta dagli americani al Sol Levante, la stessa piaga che nel 1970 Yukio Mishima intese mettere in scena col suo spettacolare harakiri?
Nel tentativo di rispondere alla domanda, sono andato nello Yasukuni-jinja, il discusso santuario imperiale dedicato a tutti i soldati giapponesi morti in guerra: chissà, forse il cuore matto di Tokyo pulsa proprio qui, mi sono detto, nel parco dei Giardini dell’Imperatore, un centro vuoto, in cima al quale sta, fermo come un uccello imbalsamato sulla spalla del mago, il mausoleo di legno e tende dove i visitatori s’inchinano rispettosamente e battono le mani in segno di omaggio ai loro penati.
Non si comprende appieno il senso della tragedia nucleare vissuta in Giappone senza riflettere su Yasukuni. Nel celebre santuario immerso nel verde, dove fra qualche settimana saranno presenti i politici in occasione dell’anniversario della resa incondizionata (che fu sancita la mattina del 2 settembre 1945, al largo della baia di Tokyo, a bordo della corazzata Missouri), si capisce, prima ancora della tragedia della Seconda guerra mondiale, la matrice dolorosa di quello che è venuto dopo. Lo spirito del samurai, nel consumismo nipponico importato dagli States come un veleno, assomiglia all’arto spezzato dell’animale morente che vibra nel sussulto estremo dell’ultimo videogioco offerto gratis sulle strade di Shinjuku, regno dello shopping, degli affari e del divertimento.
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Sul treno diretto a Hiroshima, l’ultrarapido Shinkansen, mi accorgo che il tessuto urbano divora la campagna con la sua grancassa di luci e colori senza costrutto. Poi, isolate a poca distanza l’una dall’altra, simili ai Colli Euganei, compaiono, come reperti di un mondo passato, sporadiche vette vulcaniche. I paesi si susseguono da Shizuoka a Nagoya, fino a Osaka, in un miscuglio di moduli in cemento, ponti e parcheggi, vicino a quartieri di vecchie abitazioni che sembrano essere tenute su con lo spago. I templi, a due passi dagli snodi autostradali, conservano una misteriosa densità emotiva, di fianco alle bottegucce sui marciapiedi, coi tremolanti semafori sospesi a mezz’aria come festoni agli angoli delle vie. Una pesante cappa d’umidità avvolge l’isola. Il 6 agosto di sessant’anni fa era invece una giornata luminosa: fu questa la condanna di Hiroshima. All’inizio la città predestinata sembrava dover essere Kyoto, lo scrigno prezioso della cultura giapponese: solo la ferma opposizione del Segretario di guerra americano, Henry Stimson, che diversi anni prima ne aveva ammirato gli splendidi giardini zen, salvò dal disastro l’antica capitale.
Il controllore s’inchina alla fine del vagone ogni volta che passa. La ragazza delle prime file ha mangiato il suo sushi. A Okayama la temperatura esterna raggiunge livelli tropicali. Dieci anni fa, in questi stessi giorni, ero ad Auschwitz. Scorrono accanto a me antenne, ringhiere, palazzine e insegne pubblicitarie che inneggiano ai cosmetici della Shiseido. Un ragazzo in attesa sotto la pensilina indossa la maglietta juventina di Ibrahimovic. Sulla striscia luminosa di fronte compare la scritta che invita i passeggeri a segnalare la presenza di qualsiasi bagaglio sospetto. 3C, carrozza 4, Rail Star: sono in corsa. Trionfante in mezzo a un tripudio di idiogrammi, spunta Fukuyama, l’ultima fermata prima di Hiroshima. Qui dovettero sentire la bomba. Prima il lampo che uccide, poi l’onda d’urto che schianta i palazzi, quindi la pressione distruttiva, infine gli incendi. L’aria calda sale verso l’alto, quella fredda va in basso, si formano tornadi di fuoco e fiamme.
Esco nel piazzale della città che oggi può essere considerata, a tutti gli effetti, la cicatrice del Novecento. Si respira con difficoltà nell’afa insopportabile. Mi colpiscono i tram che vanno e vengono dalla stazione: saltarono in aria come balocchi. Nugoli di biciclette sfrecciano da ogni parte: furono schiacciate da un formidabile scarpone. Le donne camminano protette dall’ombrellino: diventarono macchie di terra. Gruppi di scolarette dai vestiti tutti uguali appena uscite dai corsi estivi si detergono la faccia con salviette di spugna: non ebbero il tempo di raggiungere i loro istituti. I fiumi sono rigagnoli arsi dalla calura: bastarono pochi minuti per trasformarli in stagni zeppi di cadaveri. Lassù vedo le montagne schermate dai vapori: assorbirono l’onda d’urto al pari di una titanica vampa.
Centocinquanta yen (1,10 euro) è il prezzo della corsa del tram diretto verso l’ipocentro. Numero due. Numero sei. Salgo subito e mi guardo intorno: sembra tutto normale, i bambini, le coppie di fidanzati, le donne che fanno la spesa, gli uomini soli. Il conducente annuncia al microfono le stazioni. Matoba-cho. Hatchobori. Kamiya-cho-higashi. Kamiy-cho nishi. Scopro una città frizzante, giovane, allegra. Ma quando arrivo all’altezza dello stadio di baseball, in prossimità del Parco della Pace, mi torna in mente quello che, ne La pioggia nera di Ibuse Masuji, una madre chiede ai sopravvissuti: «Se andate a Hiroshima, potreste per favore portare almeno dell’incenso? E anche dell’acqua e delle foglie fresche. E bruciare l’incenso sulle rovine della casa e aspergerle con l’acqua e le foglie».
Forse è quello che sto facendo. Ecco la Cupola della bomba atomica, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 1996. Qui l’uomo ha giocato sporco. Tom Ferebee, giunto alle otto di mattina nei cieli della città bersaglio, osservando dal puntatore M-9B Norden, vide un reticolo di strade, fiumi, case. «La sua mano destra - scrive Stephen Walker in Appuntamento a Hiroshima - continuava ad accarezzare il pomello di metallo spostandolo di un grado qui, di un altro là. Quelle stesse dita negli anni a venire avrebbero coltivato magnifiche rose in un giardino in Florida». A un certo punto esclamò nell’interfono: «Ho il ponte».
Eccolo qui il punto di sgancio. Una decina di metri più in là, hanno scolpito una donna angelicata. Dalla parte opposta una fiamma splenderà sempre, almeno fin quando esisteranno le bombe nucleari. Alcuni ragazzi suonano la chitarra sul greto del fiume con una vitalità che mi contagia. D’istinto alzo gli occhi, guardo su verso il cielo, come sempre straordinario nella sua apparente indifferenza. Appena li abbasso, mi sembra che tutto quello che vedo sia un giocattolo. Hiroshima rivela così la sua matrice teatrale: imbocco l’arcata Hondori, luccicante di negozi, mercati e clamori. Questa città, con la medesima età di un uomo, quindi neonata secondo il criterio urbano, ha voltato pagina. Si sente nell’aria un sussurro che fa così: ricordiamo la nostra ecatombe, facciamolo pure, ma per dimenticare, per non dargliela vinta, per tornare ad essere uomini dopo aver scrutato l’abisso.
Alain Resnais, quando venne qui per girare il suo celebre film, fu costretto a pagare il prezzo della prosa d’arte a Marguerite Duras che firmò il testo della voce fuori campo: «Tu non hai ancora visto niente a Hiroshima». Ma poi non tardò a scoprire la sua cifra espressiva proprio dentro questo passaggio pedonale che ritrasse in una memorabile sequenza mobile.
Sono stato in tante città ricostruite, Amburgo, Dresda, Kassel, Volgograd, Caen, Cassino e Berlino, ma questa è la madre di tutte perché sulle sue sponde sabbiose abbiamo compreso il rapporto fra mondo avanzato e mondo primordiale. Gli scalpi dei bambini radioattivi, insieme alle camere a gas dei lager, ci hanno fatto conoscere il capolinea della rivoluzione tecnologica, alzando il livello della nostra responsabilità. Che, da allora in poi, non avrebbe dovuto più essere settoriale, esaurendosi nel cosiddetto mansionario.
In Giappone i sopravvissuti al disastro atomico si chiamano hibakusha. John Hersey, nel suo famoso reportage, ci ha spiegato fino a che punto le persone colpite dal bombardamento fossero considerate corpi estranei dallo stesso governo nipponico: la presenza fisica dei reduci nucleari chiamava in causa le responsabilità morali di tutti i contendenti, giapponesi inclusi. Okamoto Toshiyuki, l’intrepido vecchietto davanti a me, nel cui sguardo ritrovo composte senza fatica l’indomita fierezza del Dersu Usala immortalato da Akira Kurosawa e l’infinita pietà di Yasui, il soldato che, ne L’arpa birmana di Kon Ichikawa, decise di farsi bonzo per rendere omaggio ai compagni perduti, è uno di loro.
Adesso svolge attività di volontario al Museo della Pace: manovrando la penna luminosa verso le pareti cosparse di fotografie e cartelloni, indica ponti saltati, palazzi distrutti, persone ridotte in cenere. Attira l’attenzione di chi lo ascolta con la strana voce roca, proveniente da un antro misterioso, là dove individui speciali hanno voluto competere con Dio mettendo le mani nella materia allo scopo di ricavarne l’energia che crea e uccide. Anche chi non capisce il giapponese, decifra nei toni e nei gesti di Okamoto ciò che davvero conta: il lampo, il fuoco, la pioggia radioattiva. Se fai così, lui ti trascina nel gorgo: le teste nere, gli intestini scoppiati, le ustioni fatali, la case liquefatte, i templi rasi al suolo, gli animali agonizzanti, la terra avvelenata.
La questione posta dall’era nucleare, inaugurata il 15 luglio 1945 a sessanta chilometri da Socorro, nel deserto del New Mexico, in un luogo chiamato «Ground Zero» (potenza del nome!), sito del test Trinity, dove gli americani sperimentarono la prima esplosione atomica della storia, è la tecnicizzazione dell’esistenza. Lo ha scritto Gunther Anders, uno dei maggiori pensatori non accademici del Ventesimo secolo. Essendo incapaci di sostenere lo scarto (prometeico secondo il filosofo) fra la straordinaria valenza tecnologica dell’epoca che stiamo vivendo e la nostra capacità immaginativa, diventiamo antiquati. La bomba sfugge al controllo umano. Il che ci rende tutti, in qualche modo, «incolpevolmente colpevoli».
Assomiglia a un incantesimo l’incontro fra Gunther Anders e Claude Eatherly, il maggiore pilota dello Straight Flush, il B29 che precedette l’Enola Gay sui cieli di Hiroshima, con il compito di segnalare le condizioni meteorologiche ottimali per il bombardamento. Quest’uomo, dopo la guerra, entrò in profonda crisi. Commise piccoli furti nei supermercati quasi reclamando una colpa che nessuno aveva intenzione di riconoscergli. Se l’avessero fatto, per il governo degli Stati Uniti sarebbe stato come ammettere la propria. Anders, in un libro intitolato La coscienza al bando, contrappone Eatherly a Adolf Eichmann, il celebre criminale nazista che, affermando di essere stato solo una piccola vite nel complesso meccanismo del Reich, pretendeva di autoassolversi: «Non sono un assassino, né un massacratore».
Tornando verso la stazione, ho negli occhi la lettera che nel 1960 Gunther Anders indirizzò al Presidente John Kennedy. Per difendere Eatherly, che era stato dichiarato infermo di mente nell’ospedale psichiatrico di Waco, in Texas, citò una vecchia frase di Gotthold Lessing: «Chi non perde la testa per certe cose, non ha nemmeno una testa da perdere».
Scrivere a Hiroshima è un azzardo. Forse sto provando la medesima sensazione di Anders quando, in questi stessi luoghi, comprese che la filosofia potrebbe rivelare a se stessa un clamoroso fallimento se rinunciasse a farsi capire dagli uomini. Ricordo la gentilezza del giovane impiegato alla stazione ferroviaria il quale, nel consegnarmi la prenotazione per Nagasaki, mi ha sorretto le mani, come se avesse intuito che sono qui per conoscere lui: se davvero ci riuscissi, se arrivassi a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei capito anche il senso della letteratura. Ecco perché credo siano proprio loro i miei compagni segreti.
(1.Continua)