«Ho 4 dipendenti stranieri E non vogliono essere messi in regola»

Caro direttore,
sono un artigiano del nord Italia. Ho letto la lettera dell'architetta arrabbiata e le considerazioni che ha fatto sul razzismo degli italiani. A questo proposito vorrei evidenziare una situazione particolare in cui verso e che potrà chiarire un aspetto del fenomeno "razzismo". I quattro dipendenti della mia aziendina sono tutti extracomunitari e sono tutti africani (purtroppo gli italiani non hanno voglia di sporcarsi le mani). Fino a due mesi fa i miei collaboratori facevano la bellezza di 80 ore di straordinario, delle quali 20 andavano in busta e 60 a nero. Potremmo disquisire in altra sede gli aspetti del nero, fatto sta che c'è e non da oggi e non solo nella mia azienda. Ora, non so se per effetto della crisi, che peraltro fortunatamente per ora non mi ha toccato, il nero è sparito. Pensando di fare cosa gradita ai miei collaboratori, ho proposto loro di trasformare le 60 ore fuori busta in un premio di produzione, visto che non si possono fare più di 20 ore straordinarie e, conseguentemente, di mantenere inalterato il loro reddito. Mi hanno risposto che non andava bene perché avrebbero perso tutte le agevolazioni di cui godono. Converrà con me che 60 ore al mese in busta paga sono dei bei soldini, quindi un paio di domande: quanto pesa sulle finanze italiane la nostra accoglienza? E perché nel mio Paese persone che versano in situazioni prossime all'indigenza non ricevono lo stesso trattamento? Il razzismo è una terribile malattia ma a volte si manifesta in senso inverso. È il razzismo delle istituzioni verso gli italiani.

Da un arrabbiato all’altro, giuro che domani cerco la lettera di una persona felice. Però, ecco, lo sfogo di David mi ha intrigato, innanzitutto perché è sincero. E perché solleva un po’ la coltre di tanto perbenismo al borotalco che ci circonda. David è un artigiano e non ha paura di sporcarsi le mani. Non ha paura nemmeno di dire che nella sua azienda esiste il lavoro nero. È una cosa molto diffusa, lo sanno tutti, anche quelli che magari in pubblico pontificano di sommi valori salvo poi adottare in privato tutti i sistemi per evadere le tasse (siamo sempre il Paese in cui solo il 2 per cento dei contribuenti dichiara più di 70mila euro di reddito annuale, e solo lo 0,9 per cento dichiara più di 100mila euro: vi pare possibile?). David, al contrario, non pontifica. Ammette. Il nero c’è. O meglio: c’era. Poi lui ha cercato di mettere in regola i suoi dipendenti (per quale motivo?) e loro hanno rifiutato. Hanno rifiutato perché dichiarando quel reddito avrebbero perso le agevolazioni di cui godono. Per cui, se capisco bene, a tutt’oggi i quattro dipendenti ricevono meno soldi di prima (o continuano a ricevere gli stessi soldi in nero?), ma si fanno abbondantemente mantenere dalla collettività. Fin qui la storia di David, che trovo significativa. Sulle sue riflessioni, però, ho qualche perplessità. Sono d’accordo con lui che spesso le istituzioni sono «razziste», cioè discriminano gli italiani. Ma è sicuro, l’artigiano David, che se i suoi dipendenti fossero stati veneti o brianzoli non si sarebbero comportati, nella stessa situazione, allo stesso modo? Ed è sicuro che quell’accoglienza che pesa sulla finanza italiana e di cui lui si lamenta non sia stata un aiuto importante per la sua azienda? Se lui può prosperare, anche in tempo di crisi, non lo deve, oltre che alle sue capacità e al suo sacrificio, anche alla presenza di stranieri disposti ad accettare lavori che gli italiani rifiutano e a ricevere paghe in nero? E allora non sarebbe il caso se anche lui, l’artigiano di oggi, proprio come l’architetto di ieri, prima di arrabbiarsi (legittimamente, per carità) con il mondo, provasse a cercare uno specchio?