«Ho aiutato Burlando e ora dico: mai più Marta Vincenzi sindaco»

«Sono un prodotto bellico. Non un bancario dalle maniche nere. E soprattutto un democristiano anomalo». Si presenta così Carlo Birone l'ex consigliere provinciale dello scudocrociato genovese che vanta orgogliosamente nel suo curriculum anche cinquant'anni di attivismo negli Alpini. Grintoso, sportivo, particolarmente rispettoso di un passato vissuto gloriosamente e in prima linea, sia all'interno del partito che nell'ambito professionale, assicura di avere ancora un obiettivo: «Continuare a credere e a votare lo scudocrociato». «Ero, sono e morirò democristiano» ribadisce con ostinazione. Ed è con fare amabile che «riprende» l'amico Tullio Mazzolino, l'ex assessore ai Trasporti a Tursi, che negli ultimi mesi sta dando lustro sulle pagine de il Giornale a personaggi, esperienze e aneddoti della Dc: «Mi permetto di correggerlo. Io non uscivo con la rivoltella colpo in canna, ma con tanto di sicura, pronta comunque a sparare a chi voleva attentare alla mia vita. O meglio, a quanti drammaticamente si divertivano a giocare sporco, minacciando di morte coloro che ferivano. Parlo ovviamente dei brigatisti che negli anni di piombo resero la vita dei politici un inferno. Compresa la mia». Il riferimento va dunque all'articolo, che racconta gli anni della Br di Tullio Mazzolino, pubblicato sabato scorso. «Ancora una precisazione la mia. L'amico Mazzolino riferisce di un consigliere provinciale della Dc dal carattere forte, militare negli Alpini pronto a rispondere a eventuali attacchi terroristici. Una presa di posizione non condivisa. Beh, quel consigliere ero io. Ero terrorizzato dall'idea che mi ferissero per poi girarmi intorno, minacciandomi di finirmi lentamente. Cosa, allora abbastanza ricorrente. Per questo motivo giravo armato. Avevo il porto d'armi perché in Borsa trasportavo valori». Uno spunto quello offerto da Mazzolino per raccontare anche lui ciò che accadeva in quegli anni terribili, anni che misero in ginocchio Genova. Paura, tensione e angoscia che traspare tutta anche nella testimonianza politica e personale di Birone: «Dopo alcuni attentati terroristici a uomini della Dc, decidemmo di dare assistenza ai ricoverati nell'ospedale San Martino, per evitare ulteriori tragedie. Perché si supponeva che all'interno del nosocomio ci fosse la presenza di brigatisti rossi. Ribadisco, si supponeva. Nulla di certo». Ed è proprio da questa vicenda che prende il via il racconto di Birone, arricchito poco alla volta di aneddoti ed esperienze di vita vissuta. Ieri, come oggi. «Colonie di brigatisti diffuse in città, soprattutto nel ponente. C'era un gruppo di fuoco composto da pochi elementi, ma i fiancheggiatori in città erano centinaia, forse migliaia, infiltrati nelle aziende, negli ospedali, ovunque insomma, che lavoravano al solo scopo di destabilizzare la pacifica convivenza delle forze politiche. La situazione doveva essere combattuta. Avevo a riguardo una mia teoria, nata soprattutto dalla fortissima conoscenza della città e dei genovesi. Non c'era famiglia che io non conoscessi, essendo nato e cresciuto nel cuore del Centro storico».
Nessuna sopravvalutazione quella dell'ex consigliere provinciale ed ex sindaco di Avegno, ma una costatazione reale di colui che, all'età di settantaquattro anni, riporta con esattezza episodi e situazioni senza omettere nulla.
Una storia lontana la sua, che nasce da una foto sbiadita in bianco e nero in cui ritrova il nonno Davide, falegname che aggiustava i calci dei fucili che si rompevano, e la nonna Palmira. Tutti rigorosamente socialisti. «Nato in via Madre di Dio, cuore pulsante della Genova di allora, ho speso una vita nel perimetro di un chilometro. Un genovese doc - si definisce - con il carattere di un milanese. Ho assistito a bombardamenti navali e aerei, alla cattura di ebrei, ad attentati e ho lavorato tanti anni in Borsa come ribassista, e anche per la Dc, svolgendo attività da quando avevo diciassette anni. Ho lasciato la politica come delegato alle Colombiane. E ho deciso nel ’90 di chiudere la porta, «regalando» la mia parte in Borsa ai giovani. Non sono più tornato. Quel che resta oggi è la mia attività all'interno degli Alpini che seguo da cinquant'anni e la passione per la Dc. Scelgo di votare Udc, semplicemente perché espone ancora il simbolo dello scudocrociato, quando non lo vedrò più, forse smetterò di crederci». Ed è sempre Birone ad ammettere: «Ho battagliato affinché alle elezioni fossimo accanto a Burlando, perché il Pdl era e resta inesistente sul territorio, escluso, chiaramente poche eccezioni. Così come ora mi batto per dire no a una eventuale alleanza a sostegno della Vincenzi alle prossime elezioni comunali. Non la ritengo all'altezza della situazione. Deve smetterla di scaricare responsabilità al mondo intero e iniziare invece ad assumersi le sue, guardando a ciò che non funziona in città».
Da buon gladiatore, nel passato ha praticato anche la lotta greco-romana, e veterano della politica locale, coglie al volo l'occasione per un analisi politica locale: «Salvo poche situazioni e promuovo soltanto pochi uomini. Come ad esempio l'amico Gianni Bonelli, l'uomo che all'interno della Dc reputo essere stato l'uomo di forza per le problematiche che si presentavano».
Un pensiero vola anche al cardinale Siri: «Uomo di grande spessore religioso e politico. Ricordo ancora quando mi "assolveva" dai miei peccati. Serafico e con fare cordiale, quando andavamo da lui insieme alla delegazione della Dc per fargli gli auguri, gli dicevo “sono un peccatore“. E lui sovente ribadiva che c'erano migliori peccatori di me».