«Ho aiutato Visco a farsi eleggere ma adesso vi dico: è un talebano»

Quasi come il Papa, più di Bush, meglio di Prodi, al pari di Berlusconi. Appena apre bocca, è sui giornali. Prendete l’uscita di sabato scorso sulle tasse locali, col cittadino milanese che paga più di tutti, 2.082 euro annui: 16 lanci solo sull’Ansa, e tralascio le altre agenzie; richiamo nel sommario del Tg2 delle 20.30, e non ho visto gli altri telegiornali. Il giorno dopo l’intera pagina 5 sul Corriere della Sera, la pagina 7 sul Giornale, la pagina 10 sulla Repubblica, la pagina 28 sulla Stampa.
Un predestinato, ecco chi è Giuseppe Bortolussi da Gruaro (Venezia), 59 anni compiuti tre settimane fa, laureato in giurisprudenza, segretario e direttore della citatissima Cgia di Mestre, licenziabile ad nutum come un qualsiasi dirigente d’azienda, in realtà il più blindato fra tutti i manager italiani. Ha preso in mano nel 1980, assunto in prova per sei mesi, quest’asfittica sezione della Confederazione generale italiana artigianato e l’ha trasformata in un gioiellino che funziona meglio dell’Istat: un ufficio studi di 12 persone che si occupano solo di fisco e finanza locale e sfornano indagini e statistiche a getto continuo con l’aiuto di 30 collaboratori esterni, per lo più docenti universitari, pagati a cachet; un call center che fa indagini demoscopiche in proprio; paghe, contabilità, credito, formazione, tutela sindacale e altri servizi per gli associati; quattro ingegneri che lavorano a tempo pieno solo su sicurezza e ambiente; 10 milioni di euro di fatturato annuo; sei sedi sul territorio; un centinaio di dipendenti.
Per capire dove Bortolussi intenda arrivare, basta sbirciare sul retro della vecchia sede di Mestre. Lì, dalla sera alla mattina, è spuntata un’avveniristica torre di sei piani in vetrocemento, «15 miliardi la xe costà», lui parla in lire, «a giorni potrà accogliere 50 dipendenti». L’edificio, rivestito in lega d’alluminio, finisce con una prua di cristallo che ti viene incontro dentro un mare di sassi bianchi: omaggio a Venezia, dove il direttore della Cgia è al suo secondo mandato di assessore alle attività produttive con Massimo Cacciari, il sindaco che ha messo una tassa sulla pipì dei turisti.
Come si costruisce un fenomeno di queste dimensioni? Facile: basta annotarsi le idee che ti frullano in capo la mattina e trasformarle in tabelle, grafici e comunicati stampa prima di sera, cioè fare quello che dovrebbero fare i giornalisti, cucinare per i medesimi la pastina glutinata, in modo che non fatichino troppo a masticare. Bortolussi ha ordinato a tutti i suoi collaboratori di tenersi nelle tasche un taccuino Pigna per gli appunti, nel suo caso un Moleskine con copertina cartonata e angoli smussati, quello che serviva a Van Gogh per tracciarvi gli schizzi da regalare all’amico Gauguin, lo stesso usato anche da Picasso, Hemingway e Chatwin, perché va bene essere di sinistra, ma insomma, non siamo mica tutti uguali, no?
Ha imparato la tecnica dal compianto avvocato Ennio Antonucci, insigne penalista napoletano, «svizzero di testa», nel cui studio legale di Dolo fece pratica. «Un maestro, nelle indagini. Mi convocava in ufficio alle 4 del mattino. Apriva i fascicoli, sottolineava con matite colorate, verificava, incrociava, chiosava. Gli altri avvocati arrivavano in udienza col giornale sotto il braccio e perdevano cause già vinte. Noi vincevamo anche quelle perse perché avevamo studiato». Ha condensato la lezione in quattro regole auree: 1) Di norma i luoghi comuni risultano sempre falsi. 2) Qualunque sia il problema, la soluzione è stata già scritta, ma nessuno l’ha letta. 3) Se la soluzione non è stata già scritta, di sicuro c’è chi l’ha già trovata, ma nessuno gliel’ha chiesta. 4) Qualunque indagine va controllata almeno cinque volte. «Non possiamo permetterci il lusso di sbagliare. Sono tutti lì col fucile puntato che non aspettano altro».
Prima di approdare alla Confartigianato, Bortolussi è stato per qualche tempo, sulle orme del padre Ottone, vicesegretario comunale a Fiesso d’Artico. Dove, oltre a innamorarsi della cosa pubblica, ha fatto un’altra decisiva scoperta: «Gli impiegati con la licenza di terza elementare che avevano imparato a lavorare prima del ’68 riuscivano sempre a far quadrare i conti. I sapientini laureati dopo il ’68, mai».
Ciò nonostante s’è buttato a sinistra.
«Non è che mi sono buttato: sono sempre stato di sinistra. Ma la Cgia di Mestre non ha padrini politici, nessuno è mai riuscito a metterci il guinzaglio. Gli italiani devono smetterla di fare i partigiani. Vede, io non so nulla di calcio, però da bambino fui costretto a diventare tifoso della Fiorentina. “Devi avere una squadra”, mi dicevano i miei compagni. L’ho fatto per sentirmi come gli altri».
Schierato col centrosinistra, ma amato dal centrodestra.
«C’era questa forsennata campagna tesa a dimostrare che i lavoratori dipendenti guadagnano più degli autonomi. Fermai Giulio Tremonti negli studi di Milano, Italia, la trasmissione condotta da Gianni Riotta. Volevo dimostrargli il contrario. “Non credo ai suoi dati e poi questa non mi sembra la sede adatta per mettersi a discutere”, tagliò corto. Lo inseguii fino in strada e alla luce di un lampione gli squadernai sotto il naso i dati su artigiani e commercianti. “Venga domani nel mio studio di via Crocifisso”. Mi dedicò l’intera mattinata. Alla fine concluse: “Se questa roba è vera, sta’ attento”. E mi fece una promessa: “Quando divento ministro, te la tolgo ’sta cazzo di minimum tax”. È stato di parola».
Perché in materia fiscale siete più citati di Eurostat, Istat e Censis?
«La materia fiscale è difficile. Una terra di nessuno fra la scienza delle finanze e il diritto tributario, cioè fra Visco e Tremonti. Noi l’abbiamo colonizzata».
Che cosa pensa di Vincenzo Visco?
«Lo conosco bene. L’attuale viceministro dell’Economia è stato eletto qui, ho fatto due campagne per lui. È un talebano. Non capisce il mondo della piccola impresa e dell’artigianato. Ci considera reprobi da punire. Nel ’96, prima d’introdurre gli studi di settore, promette: niente sarà deciso se prima non l’avremo concordato insieme, semplificherò, abolirò lo scontrino e la ricevuta fiscale. Dieci anni dopo, ribadisce. E invece che fa? Riscrive di testa sua i 206 studi di settore, introduce indici di normalità economica che vessano 4 milioni e mezzo di titolari di partite Iva, li rende addirittura retroattivi, fa chiudere i negozi che non rilasciano lo scontrino per tre volte consecutive. Molto talebano».
Un adempimento fiscale ogni sette giorni.
«Di più, di più. Con Visco gli adempimenti sono cresciuti. È un sistema sovietico. Lui ha in mente il Grande Fratello. Quello di Orwell, però, non di Mediaset. Ti vedo, ti controllo, ti seguo tutto il giorno, alla fine qualcosa scopro. Ha ripristinato l’elenco clienti-fornitori, ha imposto l’invio mensile dei corrispettivi per via telematica».
Qual è la pressione fiscale oggi?
«Siamo al 42,3%. È il dato più recente, riferito al 2006, della Banca d’Italia. Il massimo negli ultimi sette anni. Nel 2005 era al 40,6, nel 2004 idem. Domanda: come mai si parla tanto di evasione se gli italiani pagano più tasse dei tedeschi, degli olandesi, degli inglesi, degli spagnoli, degli irlandesi per avere in cambio molto meno? Il cittadino è mediamente virtuoso. Lo Stato no. Io lo spiego con la teoria delle due tribù: ce n’è una che lavora e una che amministra. Chi detiene il potere, privilegia la sua tribù. La tassazione reale, tenuto conto che solo una parte del Paese paga, ormai supera il 53-54%. In dieci anni le tasse locali sono salite del 106,5%. Che cosa si pretende ancora dalla tribù che lavora?».
Non vorrà negare che in Italia esista l’evasione fiscale?
«Al Nord la gente versa quello che lo Stato gli ordina di versare o con gli studi di settore o con le trattenute in busta paga. Al Sud c’è un’economia sommersa per 200.000 miliardi di lire. Non è un giudizio morale, è un dato di fatto. Ne parlano il governo e la Guardia di finanza, sa? L’evasione esiste, certo, ma non è un fatto meccanico, bensì logico-matematico».
Stento a seguirla.
«Non è difficile. Guardi». (Comincia a scarabocchiare un foglio). «Prendiamo l’Ici, che arriva a un massimo del 7 per mille ed è su un bene reale, la casa. Il Comune comincia con l’Ici al 2 per mille: pagano in dieci, tre non pagano. Il Comune non va a controllare. Quando ha bisogno di soldi, porta l’Ici al 4 per mille: pagano i soliti dieci, e i tre continuano a non pagare. Allora il Comune la porta al 6 per mille: i dieci pagano, i tre no. Risultato: chi pagava ha avuto un aumento della pressione fiscale. Chi non pagava ha avuto un aumento dell’evasione, perché prima evadeva il 2 e ora evade il 6. Così funziona in Italia. Lo Stato aumenta le aliquote a chi già paga. E lascia quattro regioni in mano alla criminalità organizzata. I commercianti, gli artigiani, i liberi professionisti hanno la targa, sono noti, riconoscibili. Di un quarto dell’Italia non si sa nulla».
Le regioni più virtuose?
«Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna. Producono più reddito e sono fiscalmente le più affidabili. Anche se a Padova c’è più evasione che a Napoli nel pagare il biglietto sui mezzi pubblici».
Ma no!
«Per forza: a Padova si fanno i controlli, a Napoli no. Intendiamoci, città splendida, Napoli. Ci ho lavorato tre mesi. Popolo meraviglioso, con una filosofia di vita di una spanna superiore a quella di noi veneti. All’uscita dal ristorante c’è un ragazzino che ti segue per mezzo chilometro. Lo chiamano accompagnatore fiscale. Visto con i miei occhi. Ha il compito di consegnare al volo una ricevuta al cliente nel caso improbabile che si materializzino le Fiamme gialle: “Signo’, avite scurdato chesta”».
In Lombardia i gioiellieri dichiarano un reddito medio mensile di 1.256 euro, come i maestri di scuola. I ristoratori di 1.234, addirittura un euro in meno dei baristi.
«Non è così. È come comparare le mele con le pere. Non si può leggere il reddito derivante da un’attività autonoma come se fosse lo stipendio di un lavoratore dipendente. Esempio: marito e moglie che sgobbano in un ristorante possono dividersi il reddito. Si chiama splitting familiare e consente di pagare un’aliquota del 27-30% anziché del 43. Se vuole le presento decine d’orefici di periferia che non si chiamano Bulgari e stanno chiudendo o hanno 56 anni e aspettano solo di farlo. Perché il 50% dei panettieri di Venezia, che erano il simbolo della ricchezza, dell’imboscamento, i moderni kulaki, hanno cessato l’attività? Se ci avessero guadagnato, certo non avrebbero chiuso».
Se fosse il ministro delle Finanze quale reddito mensile si aspetterebbe che dichiarasse un elettricista o un idraulico?
«Non più di un 10% di quello che già dichiara. Tempo fa è venuto qui un testimone di Geova. Lo conosco bene, persona integerrima. Piangeva: “Con gli studi di settore, Visco vuol farmi pagare il 15% in più. Ma io questo 15% non l’ho guadagnato. Quindi non posso, non voglio pagarlo”. Sono stato costretto a dirgli: paga e non rompere».
Ma allora ha ragione Bossi: non resta che lo sciopero fiscale.
«Capisco la Lega, che ha meriti storici per aver posto al centro del dibattito temi come quello dell’immigrazione. Capisco la ribellione all’ingiustizia. Capisco tutto. Ma non sono d’accordo. Non dobbiamo metterci dalla parte del torto. A me basta dimostrare che questo Stato non è virtuoso. Gli strumenti per costringerlo in Parlamento a fare di più ci sono. Lei pensi solo al welfare. In Italia, nonostante il record di tasse, si spende per i disabili il 6,4% contro una media europea dell’8%, per la famiglia e i bambini il 4,1 contro l’8 della Ue, per i disoccupati l’1,8 contro il 6,6, per le case popolari lo 0,2 contro il 3,5. E che dire delle pensioni, che si mangiano il 61,8% della spesa sociale contro una media europea del 45,7? Neppure la Polonia, col 58,5, arriva a tanto. Tutti gli altri Paesi stanno 10, 15, 20 punti percentuali più sotto».
Romano Prodi s’appella ai parroci perché predichino contro l’elusione fiscale. Don Gianni Baget Bozzo afferma che evadere le tasse non è peccato. Lei con chi sta?
«Sto con padre Gino Concetti, autore di Etica fiscale, che mi sono letto attentamente. In questo libro il teologo dell’Osservatore Romano spiega perché e fin dove è giusto pagare le tasse. Quando lo Stato che te le chiede non usa la diligenza del buon padre di famiglia nell’impiegarle e dall’altra parte c’è un contribuente che fatica a sopravvivere, è lecito evaderle. Se il 50% degli autonomi falliscono entro cinque anni dall’apertura dell’attività, ci sarà un motivo. Già nel 1992 dimostrai che un artigiano pagava più tasse delle società di capitali, il 60% delle quali dichiarava addirittura reddito zero. Non è che oggi la situazione sia molto cambiata: sono il 50%. Per cui Luca Cordero di Montezemolo, il presidente della Confindustria che si scaglia sempre contro la vergogna degli autonomi, farebbe bene a guardare in casa propria. Molti grandi evasori sono grandi imprenditori».
Insomma, siete la salvezza dell’Italia.
«Può dirlo. Tutti parlano delle balene spiaggiate. Ma i banchi di sardine non sono certo meno importanti. Il 98% delle ditte italiane hanno meno di 20 addetti. L’80% dei nuovi posti di lavoro è creato dalla piccola impresa, che assicura, tolta la pubblica amministrazione, il 65% dell’occupazione in questo Paese».
Secondo lei quale dovrebbe essere l’aliquota fiscale massima?
«Il 35%. Negli Stati Uniti e in Giappone pagano il 26, in Canada il 33. Invece io supero il 45».
Perché, quanto guadagna?
«Ostrega, tanto. Troppo. Sono uno dei primi contribuenti d’Italia. Nel senso che appartengo a quel privilegiato 0,6% della popolazione che dichiara più di 100.000 euro l’anno».
La tassa più ingiusta?
«Quella sulla prima casa. Un concetto che nel Regno Unito hanno chiarissimo: non produce reddito».
A proposito di Regno Unito: ha sentito come s’è difeso da Londra il presunto evasore Valentino Rossi?
«No, non l’ho sentito. Ma qualsiasi cosa abbia detto, non sono d’accordo. I miei associati non possono scegliersi il domicilio fiscale all’estero. I vari signori Rossi restino qui in Italia, a soffrire con noi».
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