"Ho amato la sua sensibilità Fabrizio vedeva più avanti"

La moglie Dori Ghezzi ricorda De Andre': "Cercava temi alti, mai autobiografici". "Non era un moralista: aveva il pudore della libertà altrui"

Fu intorno agli anni Ottanta che Fabrizio De André cominciò sempre più a rispondere per iscritto alle interviste. Nel decennio precedente aveva vinto la paura di esibirsi in pubblico e poi quella delle tournée, era stato vittima del banditismo sardo, era passato dal rango di cantautore «colto», per studenti, a quello di cantautore «impegnato», per intellettuali, per poi ritrovarsi inserito, suo malgrado, in quello di cantante «politico», per militanti non si capiva bene di quale ideologia e in un’epoca dove il «tutto è politica» era ormai scivolato inesorabilmente nelle sabbie mobili della lotta armata, dell’eliminazione fisica dell’avversario, dell’utopia rivoluzionaria divenuta un incubo. Aveva quarant’anni De André, era stato il più schivo della sua generazione, quasi mai in televisione, mai in competizione, e il più inafferrabile di quella successiva, cresciuta fra concerti di piazza e di partito, auto-riduzioni di gruppo e movimenti collettivi... Così ora i giornalisti non gli chiedevano più di musica e poesia, ma andavano a intervistarlo come si va da un guru e lui, stupito, si faceva ripetere la domanda, se la scriveva, poi scriveva di seguito la risposta... «Sì in alcuni casi era diffidenza» mi dice oggi Dori Ghezzi, «perché spesso nel rileggersi non trovava quello che era il suo pensiero... Ma di fondo c’era questo suo essere pignolo e autocritico, il sentirsi responsabile, l’estremo rigore di chi conosce molto bene le parole e il loro significato. Fabrizio era così, perfezionista, mai contento».
De André è morto nel gennaio di dieci anni fa e in questo arco di tempo sua moglie Dori ha dato vita a una Fondazione che ne porta il nome e che nell’ultimo Rapporto Eurispes sull’eccellenza in Italia è citata fra le cento imprese nazionali di successo. «L’ho creata perché mi sembrava sbagliato prendere delle decisioni da sola. La sua biblioteca, per esempio, romanzi, saggistica, con le sue annotazioni a margine... Che farne? Mi hanno segnalato l’università di Siena, abbiamo stabilito un accordo con dei ricercatori, ecco, il senso di una fondazione è anche questo, mettere a disposizione quello che si ha... Alla base, comunque, c’è anche un’altra cosa, difficile da spiegare, ma che potrei riassumere così: più che un mito, Fabrizio è un amico... Anche chi non l’ha conosciuto avverte come una sensazione di familiarità. Mi fa sempre sorridere Paolo Villaggio quando ricorda persone care scomparse: dice Gassman, dice Tognazzi, e poi, arrivato a lui, non dice mai De André, ma sempre Fabrizio, oppure Faber... È un qualcosa che ha a che fare con l’autenticità e il rispetto per le persone, perché Fabrizio era uno che sapeva ascoltare, non dava giudizi, non era un moralista, non voleva convincere, aveva il pudore della libertà altrui».
Nell’anniversario della scomparsa le iniziative intorno al suo nome vanno moltiplicandosi, tributo doveroso per chi in fondo ci ha accompagnato lungo un quarantennio di storia italiana. La ballata del Michè è del 1961, Carlo Martello del 1963, De André era uno svogliato studente universitario genovese di ottima famiglia, in un’epoca in cui i rampolli della buona borghesia si sposavano presto e presto andavano a lavorare. Fabrizio si sposa a ventidue anni, con la contessina Enrichetta Rignon, detta Puny, ha per testimone di nozze Randolfo Pacciardi, il leader repubblicano che di lì a poco Ugo La Malfa butterà fuori dal partito perché troppo ingombrante e contrario all’apertura a sinistra. Repubblicano è anche il padre di Fabrizio, Giuseppe De André, allora presidente della Fiera Internazionale, di Genova, antifascista e anticomunista. Cinque mesi dopo nascerà Cristiano. «Senza saperlo e senza volerlo è stato proprio il padre a essere l’artefice delle scelte artistiche del figlio» dice Dori Ghezzi. «Amava la musica, c’era il pianoforte in casa, a ogni viaggio dalla Francia tornava con i dischi di Brassens, di Trenet, gli ha insomma servito su un vassoio d’oro tutto quello che ne poteva soddisfare le aspirazioni... Anche il suo autoritarismo è servito, bilanciato del resto dalla permissività materna, perché Fabrizio aveva bisogno di essere inquadrato, di un argine che facesse da freno al disordine, al lasciarsi vivere... Quanto a lui, è divenuto padre troppo giovane la prima volta, e troppo preso dal lavoro la seconda, e poi era uno che viveva di notte, con ritmi biologici tutti propri e che mal si conciliavano con la normalità di un bambino... Il vero rapporto è avvenuto dopo, col crescere, con il poter dialogare».
Pochi artisti sono stati in fondo così anti-moderni. Nelle scelte e nelle preferenze musicali, medioevo, trovatori, recupero dei dialetti, rime. Nelle scelte e nelle preferenze di vita, la musica vista più come una passione che una professione, il piacere dell’ozio, l’isolamento, il recupero di ritmi naturali, il rifiuto della logica di mercato, della società dell’immagine. Pochi artisti sono stati così a disagio con il proprio tempo. «È un discorso difficile, perché la personalità di Fabrizio era complessa. C’era, naturalmente, una componente malinconica, eppure a ben pensarci lui aveva anche quell’umorismo tipicamente genovese che fa quasi parte dell’educazione cittadina, l’essere divertenti in società, insomma. Fabrizio ce l’aveva, non era mugugnoso, era ironico... I tempi lunghi fra un disco e l’altro non sono tanto la spia di un dolce far niente, ma significano tempi lunghi anche di lavorazione, spesso l’abbandono di un progetto dopo mesi e mesi che gli stava dietro... Lui cercava sempre temi alti, universali, al di fuori del suo ambito, raramente autobiografici, per una forma anche di riserbo. È anche per questo, forse, che reggono a distanza di anni, riflettono problematiche che non lo toccavano in prima persona, ma per le quali aveva un occhio di riguardo... Il disagio, è vero. Ciò che ho sempre amato di lui era la sua fragilità, ma ciò che non mi piaceva erano a volte le conseguenze della stessa... Una fragilità psicologica che non era insicurezza, ma grande sensibilità e che faceva sì che fosse sempre disponibile, a portata di mano, che lo portava ad aver bisogno degli altri e a essere quindi più facilmente feribile. Quanto al disagio a un disagio di tipo politico, lui era un anarchico, non credeva nei poteri, ma non rinunciava a esprimere il suo pensiero, era un anarchico che andava a votare... E naturalmente non credeva nel sistema economico che ci siamo costruiti addosso, diceva che si sarebbe dovuti tornare al baratto, allo scambio diretto... Credo che su certe cose abbia visto giusto in anticipo. La campagna, la Sardegna, il mare rientrano in tutto ciò, un’altra forma di civiltà, e però poi si viveva anche a Milano, che non amava, perché era prevenuto...».
Diceva il Borges di Altre inquisizioni che «il vero intellettuale rifugge dai dibattiti contemporanei: la realtà è sempre anacronistica». E in fondo è proprio questo rifiuto del contingente ad aver preservato le canzoni di De André in un universale senza tempo eppure sempre presente. Anche il suo anarchismo mutuato dal pensiero di Stirner, e quindi più un individualismo assoluto che una dottrina collettiva, nasce sullo stesso terreno diffidente verso le palingenesi sociali, sempre e comunque affidato alla risposte personali. Come tutti i borghesi in fuga dalle sicurezze del proprio status, ancora più detestate in quanto nemmeno meritate, Fabrizio De André costruì decennio dopo decennio un pantheon minoritario di sconfitti come unico antidoto alla volgarità e alla voracità dei vincitori, alla implacabile dittatura delle maggioranze. Un pantheon poetico e civile, dove l’arte riscattava da ogni bruttura e dagli oltraggi del Tempo. I suoi film preferiti, mi dice Dori Ghezzi mentre ci salutiamo, «erano L’albero degli zoccoli e La battaglia di Algeri» e in questo misto di candore e di fierezza, di umiliazioni e di dignità, di soprusi e di ribellioni c’è in filigrana la sua anima.