«Ho bruciato il mio amico» Ma non si trova il cadavere

SondrioUna versione così assurda da sembrare una trama scritta da un maestro del noir e invece è la linea difensiva che da dieci giorni sembra tenere in scacco gli inquirenti che in Valtellina indagano sulla scomparsa di un uomo.
Il racconto del teste chiave di quello che è ormai stato definito il «giallo di Ardenno» pare solido come il granito a confronto delle ipotesi accusatorie della Procura. Come di granito è la sabbia sotto la quale potrebbero essere stati sepolti i resti di Donald Sacchetto, 36 anni, operaio scomparso il 16 maggio dopo una serata tra amici. L’ultimo ad averlo visto è Simone Rossi, 28 anni, rampollo di una potente famiglia del paese che possiede cave e un impianto di macinazione di inerti.
Il procuratore capo del Tribunale di Sondrio Fabio Napoleone è fermamente convinto che ci si trovi di fronte a un omicidio. Mentre Simone Rossi, unico sospettato, sostiene che l’amico si sia suicidato. Lui si sarebbe limitato a cancellare le tracce. «Mi sono fatto prendere dal panico e così l’ho bruciato e i resti li ho seppelliti nella cava, ma non mi ricordo più dove. Ero troppo su di giri», alcol, droga, non è dato sapere.
Il registro degli indagati parla di occultamento di cadavere e detenzione d'arma da fuoco. Di omicidio ancora non si parla. Mancano le prove, mentre è un dato di fatto l’assoluta disponibilità di Simone a collaborare con gli inquirenti che da venerdì scorso stanno ribaltando come un guanto la cava di Ardenno che si affaccia su via Marconi.
Il sospettato indica luoghi e le ruspe si muovono. Mostra macchinari e gli investigatori del tenente colonnello Michele Facciorusso, con gli esperti delle investigazioni scientifiche giunti apposta da Brescia, effettuano rilievi. Emergono invece particolari inquietanti su quel sabato sera tra pistolettate in aria, una bevuta al pub e un giro in auto con ragazze fin troppo sveglie. Scene da far west moderno e invece siamo in un paesone di 3mila anime che si affaccia sulla statale 38 che come una cerniera tiene insieme i due versanti di questa valle. Un luogo, Ardenno, «di passaggio», dove c’è poco da vedere. E da fare.
Quel sabato sera si festeggiava in casa di un amico comune, Michele C. il compleanno di Donald. L'operaio era arrivato due giorni prima dall'Austria, dove lavorava come saldatore. Era tornato nella casa del padre per una settimana di ferie.
A cena succede qualcosa. Simone si alza e se ne va ma ritornerà di nuovo per poi andarsene con la sua fidanzata. Arrivati in via Malgiasca, Simone alza la voce, e tira fuori una pistola. Spara in aria e dà in escandescenze. Poi se ne va di nuovo, sgommando sulla Mercedes. «Vado alla cava», dice, lasciando a piedi la fidanzata. Poi però si ferma al pub «El Cuarto», proprio sulla via centrale di Ardenno. Qui incontra Donald. I due se ne vanno insieme. «Era depresso. Stava male per la sua separazione con la moglie. Mi ha preso la pistola e si è ucciso sul cancello di ingresso che dà su via Marconi. Io non ho capito più nulla. Ma il cadavere l'ho lasciato lì e sono andato a dormire».
All'alba Simone esce di nuovo - stando al suo racconto - e va alla cava per sbarazzarsi del cadavere dell'amico: gli dà fuoco con la benzina, poi seppellisce quel che resta con un escavatore. Anche della pistola si libera prima di rientrare a casa, molto probabilmente lo fa all’interno del capannone dove per due giorni gli inquirenti hanno lavorato senza sosta.
Passano i giorni e in paese circolano strane voci e quella frase di Simone passa di bocca in bocca: «Si è suicidato». Sono ormai passati quasi sette giorni dalla scomparsa di Donald e i volontari della Protezione civile e della Guardia di finanza vengono richiamati. Inutile cercare Donald nel fiume o nei boschi, ora è la cava da passare al setaccio.
Ma del corpo non c’è traccia. Della pistola neppure.