«Ho il coraggio di ballare la salsa»

«Danzare è una scelta coraggiosa, qualcosa che investe tutta la tua vita. È la scelta di scendere in pista»

Roma: ore 11, come intitolerebbe Giuseppe De Santis, Michael Cimino avanza con passo e stivali da John Wayne attraverso il giardino di un grande hotel del centro. Ha degli sterminati occhiali da sole, una camicia texana, jeans blu scuro e strani capelli di un colore difficile da trovarsi in natura. Sorride. Prima di arrivare a sedermi su questa sedia (dalla quale mi alzo per salutarlo e stringergli la mano emozionato), mi sono state fatte molte raccomandazioni: argomenti che si possono e non si possono toccare, domande che potrebbero irritarlo o che lo irriterebbero sicuramente, e allusioni allarmate con un solo sottotesto: speriamo vada tutto bene. Sia chiaro: per me, quest’uomo che ha firmato almeno tre film per i quali mi sono innamorato del cinema (I cancelli del cielo, Il cacciatore e Verso il sole), ora potrebbe anche camminarmi sulla schiena coi suoi stivali, e non direi niente. Michael racconta di avere ecceduto coi rigatoni all’amatriciana, la notte prima. Gli chiedo della sua nuova passione, la letteratura, e del suo terzo libro, dopo Big Jane e The Shadow Conversation. S’illumina. Evidentemente, gli piace parlarne. «Il nuovo è molto più corposo dei precedenti. Per ora sono 450 pagine, ed è diviso in tre parti. Si chiama Byzantium. Racconta la vita di un uomo potente attraverso gli occhi delle donne che ha amato. Forse l’Italia sarà il primo Paese in cui sarà pubblicato, sono qui anche per incontrare il mio editore. Mi piacerebbe, i miei antenati italiani sarebbero fieri». Gli faccio notare che la scrittura è un ritorno, che ha cominciato scrivendo sceneggiature: «Sì, è ironico. Eppure non so scrivere, come non so girare».
Istintivamente guardo in basso. A questa affermazione, stranamente, il terreno sotto i suoi piedi non si spalanca e non lo inghiotte, come mi sarei aspettato. Gli chiedo cosa diavolo intenda quando dice che non sa girare né scrivere. «Non ho mai studiato come scrivere, né come girare un film. So farlo, però. È come se fossi un chirurgo che non ha mai studiato medicina, eppure, se mi mettono in sala operatoria col bisturi in mano, so come fare. Questo è indipendente dal risultato. Il film, il libro possono essere più o meno buoni. So di non avere studiato per farlo, e da qui quel sottile sentimento che sempre mi accompagna... Come se stessi interpretando qualcun altro».
E la scrittura, gli chiedo, perché adesso lo appassiona tanto? «Scrivere è una tortura. È il più sottile piacere masochistico che un uomo possa darsi. Non conosco un lavoro più sfiancante. Forse è questo che mi piace. Non so da dove nasca questo desiderio. So che significa grande solitudine». I suoi libri sono pubblicati in un po’ di Paesi, ma non negli Stati Uniti. «Sì, per mia scelta. Lì la situazione dell’editoria è silly, stupida. Non c’è una parola che la esprima meglio. Per i miei romanzi precedenti, pubblicati da Gallimard, ho riservato per me sia i diritti cinematografici sia di pubblicazione per gli Stati Uniti. Lì è un disastro: il New York Times è stato coinvolto in un mucchio di scandali, il Los Angeles Times non sa se sopravviverà nella sua forma su carta stampata. E poi c’è la questione critica. A loro interessa parlare solo di Angelina Jolie e Brad Pitt. Non ci sono più critici come James Agee. Sapeva scrivere di cinema senza odiare i registi, i film, le storie. Se lasci entrare l'odio dentro di te, è finita. Sei morto. Non c’è più spazio per niente».
Chiede un cappuccino con un sorriso. Non è un uomo che odia. Per non odiare ci vuole coraggio. Anche per fare i film che ha fatto. Sospira. «Il coraggio è una cosa complessa. Sai ballare la salsa?». Temo di non aver capito. Prego, Mr Cimino? «Io non ho studiato cinema, ma recitazione, e da ragazzo ho preso a lungo lezioni di danza con una ballerina nera bellissima che lavorava con il grande coreografo Alvin Ailey. So ancora fare i plié». Lo guardo attonito. È difficile immaginare il regista del Cacciatore, in calzamaglia, che fa i piegamenti alla sbarra. «È una cosa che non sa nessuno. Due ore al giorno, tutti i giorni. Lavoravo tantissimo. Ecco, quando vai sulla pista da ballo sai davvero cos’è il coraggio. Il coraggio è qualcosa che investe tutta la tua vita, non puoi essere coraggioso solo con i film. Hai mai preso lezioni di salsa?». Mai. «Io lo faccio da due anni. Prendi lezioni, vai in pista. Sarai sorpreso da quante cose cambieranno nella tua vita. E nel tuo lavoro. È qualcosa che i ragazzi non capiscono. A Sarajevo ne ho incontrati due che mi hanno detto: “Abbiamo studiato cinema per anni, imparato tutto. Cosa possiamo fare ora?”. E io: “Cosa volete fare, non nel cinema, ma nelle vostre vite?”. Non lo sapevano. Erano totalmente smarriti».
È difficile però sapere cosa fare della propria vita. Significa avere una coscienza del proprio talento e lavoro rispetto a quelli degli altri. Come si fa? «Hai letto le traduzioni che Nabokov ha fatto di Puskin?». Confesso di no. «Se le leggi, e soprattutto se leggi i commenti che lui stesso ha scritto alle sue traduzioni, capisci tutto. Non fa altro che spiegare le sue scelte e mostrare il lavoro degli altri, accostandolo al proprio. Non dice nulla, eppure è così evidente la sua grandezza, il suo genio. È così: tu fai il tuo lavoro, non altro. E quello basta a fare la differenza».
Gli chiedo se ha fatto così anche con i suoi tre minuti di film portati a Cannes nell’opera collettiva Chacun son cinéma. «Gilles Jacob (il presidente del festival, ndr) ha chiamato 33 vincitori della Palma d’oro di tutto il mondo, ognuno alle prese con lo stesso soggetto, budget e durata: tre minuti. Ma all’interno di questi parametri eri libero di fare quello che volevi. All’inizio pensavo fosse pazzo, non volevo farlo. Poi ho capito che è un genio». Chissà come è stato ritornare dietro la macchina da presa 11 anni dopo Verso il sole. Ride, e m’immagino lo sguardo intenerito dietro gli occhialoni scuri. «È una cosa che non dimentichi. Come andare in bicicletta o sciare. Sei lì che pensi di non farcela, e poco dopo sei già in corsa e non sai nemmeno cosa stia succedendo. Sai farlo di nuovo. Ogni tanto penso di tornare a fare un film lungo, magari l’adattamento di Big Jane. Solo che sarebbe in costume, e costoso. Non so. Negli Stati Uniti fare film è diventato incredibilmente caro. E poi, ora ho voglia della solitudine della scrittura».
Cos’è cambiato in questi anni in cui è stato via? «Il montaggio. Per il corto di Cannes abbiamo fatto tutto su un piccolo computer. Molto bene e in fretta. Io ero abituato a vivere per mesi in sala di montaggio, 20 ore al giorno, 6 giorni a settimana. Ora è tutto diverso, esaltante. Forse mi piacerebbe lavorarci». Gli dico che per me se lui fa un film va bene comunque, anche se lo scolpisce sulla pietra. Cimino ride. Sguaiatamente. Ho fatto ridere sguaiatamente Cimino, e pure con una battuta così così. «Potrebbe essere un’idea, un film-graffito. Vorrà vederlo qualcuno, secondo te, invece di Ocean’s 49?». Io credo proprio di sì. Nel giardino dell’albergo risuonano le campane dell'Onnipresente Chiesa Vicina A Ovunque Ti Trovi In Roma. Lui va all’appuntamento col probabile futuro editore. A piedi, così smaltisce l’amatriciana.