«Ho detto a Cappon: impari da Berlusconi»

Magalli, 61 anni, 40 in Rai. Lei è inossidabile, ma con riserva.
«Sì ogni tanto sparisco. Ma anche quando non litigo. Feci una Domenica In che andò benissimo e poi mi tennero fermo per un anno. Poi sono sparito da Raiuno. Non si capisce perché».
Lei ha un programma su Rai Due, non le basta?
«Ma vorrei tornare a Raiuno, ci ho lavorato per tutta la vita, ho fatto tanti programmi di successo. Quando è arrivato Del Noce ha fatto fuori Baudo, Carrà, Frizzi e me. In compenso ha fatto lavorare molte persone non all’altezza».
Si sente sprecato?
«L’esperienza potrebbe servire anche all’azienda, invece il fatto che noi ne sappiamo di più non spinge i dirigenti a consultarci ma anzi a odiarci, perché evidenziamo la loro incapacità».
Cosa rovina la Rai?
«In ogni azienda i dirigenti o vengono da aziende analoghe oppure dall’interno. In Rai no, chiunque può fare il presidente, i quadri vengono da aziende che fanno altro. Abbiamo avuto presidenti che non avevano nemmeno la tv in casa e se ne vantavano!».
Di chi parla?
«Di Enzo Siciliano. Ma dico io se odi la tv vai a fare il presidente di un’altra cosa. Se odi le auto stai sicuro che non ti fanno presidente della Fiat».
Ci vorrebbe gente che capisce di tv.
«Ce ne sono tanti, però non nei posti di responsabilità. Altro guaio è che i vertici cambiano continuamente perché sono legati alla politica. Così non hanno il tempo di imparare a fare tv».
Rimpiange il passato?
«Rimpiango quando c’erano direttori che ti chiamavano e ti dicevano: portami una proposta per un varietà. Tu scrivevi e se andava bene si faceva. Ora invece si fanno solo format».
È peggio?
«Bisogna stare attenti. Ora che si fa? Se quei format fanno share in Belgio o in Francia, allora si comprano. Ma noi non siamo mica come i belgi! I gusti sono diversi. Oppure si fa il contrario».
Cioè?
«Programmi Rai, già testati, che vengono dati a società esterne e poi ricomprati dalla Rai come format. Ma che senso ha?».
Che si buttano via i soldi.
«E si peggiorano pure i programmi. I Cervelloni, per esempio, che ereditai da Bonolis, era bellissimo, non c’era nulla da cambiare. A un certo punto però si decise di affidarlo a una società esterna che lo trasformò in un format, dandolo alla Ventura. È stato chiuso dopo due puntate».
Mai pensato di andare in un altra tv?
«Ho affetto per la Rai, la gente che incontro mi dice: “non vada di là”, come fosse un tradimento. Ma l’affetto non è sempre ricambiato. L’altra sera ero a una cena con Cappon (direttore generale Rai, ndr). Gli ho detto: voi da Berlusconi avete sempre avuto da imparare. Da imprenditore della tv era bravissimo nei rapporti umani con i suoi collaboratori, voi invece siete penosi».
Gli ha detto così: penosi?
«Sì. Gli artisti a Mediaset si sentivano coccolati, trattati bene, c’era soddisfazione. Mentre questo in Rai non lo fa nessuno dei dirigenti. Si potrebbe lavorare più serenamente, diciamo, in Rai».
Lei non è sereno in Rai?
«Mah, ora sono abbastanza contento perché il programma (Mezzogiorno in Famiglia, sabato e domenica su Raidue, ndr) va bene. Però non è il programma ideale. Mi sono sempre occupato di attualità, interviste, problemi sociali. L’idea di fare il giochino tra i paesi mi diverte sì, ma professionalmente non è il massimo. Dopo 40 anni potrei fare qualcosa di più, penso».
Come cominciò in Rai?
«Alla radio con Arbore nel ’64 con Bandiera gialla, facevo le imitazioni. Poi Radio ombra con Gianni Boncompagni. Un’idea folle»
Perché folle?
«Fu la prova generale di Alto gradimento, che non potei fare perché andai sotto le armi. Radio ombra era una specie di radio pirata che interferiva nei programmi Rai per rompere, per finta, il monopolio Rai. Ma la gente ci prese sul serio e ci incitava. La Rai si spaventò e lo chiuse».
E in tv quando ci arriva?
«Anni ’70, prima come organizzatore dei Giochi senza frontiere. Poi ho conosciuto Pippo Franco, ho cominciato a fare l’autore per lui e con lui sono rientrato in Rai come autore televisivo. Ho fatto 50 programmi».
Però non era la carriera che si augurava la sua famiglia.
«Mio padre voleva facessi l’assicuratore. Ci provai due volte e due volte scappai. Non faceva per me».
E cominciò a fare l’animatore nei villaggi?
«Sono stato il primo animatore del primo villaggio turistico italiano, alla fine degli anni ’60».
Ma è vero che è capitano dei vigili urbani?
«Sì capitano onorario. Ho fatto il volontario per sette anni quando facevo l’autore e anche il conduttore. Poi la gente cominciava a riconoscermi e mi diceva: “Ma lei è Magalli, ma che mi fa la multa?”. Lì ho capito che forse era il caso di smettere».
(4.Continua)