"Ho detto no anche a Karajan E ora insegno a far carriera"

A 75 anni il grande soprano riceverà a Verona l’Oscar della Lirica &quot;I tagli agli enti? Ci sono stati sprechi ma l’opera va salvaguardata&quot; <br />

Verona - È nato l’Oscar della Lirica. A volerlo è la Fondazione Verona per l’Arena che per martedì ha messo a punto una seratona, in Arena ovviamente, nel corso della quale verranno premiati due nomi storici dell’opera, il soprano Mirella Freni e il tenore Carlo Bergonzi. A loro va la statuetta ispirata alla Nike di Samotracia, così come riceveranno un riconoscimento giovani promesse e garanzie tra cui Désirée Rancatore, Celso Albelo, Maria Alejandres, Ziyan Atfeh, Marianne Cornetti, Francesco Demuro, Maria Laura Martorana. All’appuntamento prenderanno parte cori, il pianista e compositore Giovanni Allevi e la ballerina Eleonora Abbagnato. Un bel pot-pourri che verrà trasmesso l’8 settembre alle 8.30 nel programma Il loggione di Canale 5 condotto da Vittorio Testa. Tuttavia l’occhio cade su quello del più grande soprano del dopoguerra: Mirella Freni, mezzo secolo di carriera, produzioni e collaborazioni storiche: anche con l’amico Luciano Pavarotti.

Riceve l’Oscar là dove ha cantato una sola volta, in
Carmen. Perché disertò l’Arena?
«In estate ero quasi sempre a Salisburgo con il direttore Karajan. Aggiunga che non mi ha mai convinto cantare all’aperto, ci si strapazza, si suda, la voce rischia».

Precauzioni che hanno reso la sua voce così longeva.
«Direi di sì se pensiamo che ho smesso di cantare solo quattro anni fa».

Non è riuscita a mollare tutto.
«È balenata l’idea di andare in pensione veramente e girare il mondo per vedere i posti dove ho cantato, ma non ho potuto visitare. Però tengo troppo all’insegnamento».

Come sono i cantanti d’ultima generazione?
«Ogni tanto vanno messi in riga. Sa, vorrebbero tutto subito, e invece bisogna saper aspettare e maturare. Dico sempre, “Siete alberini graziosi, con bei rami, ma se questi giovani rami li caricate di cose pesanti poi si spezzano”. La natura va rispettata. Lo ricordo anche a direttori di teatri e d’orchestra, ad agenti, non bisogna forzare le carriere, le carriere si fanno anche con i no».

A quali grandi direttori lei disse no?
«Karajan per esempio, gli spiegai “Capisco che lei mi fa queste proposte per affetto e ammirazione, però non me la sento di fare Tosca e Butterfly, poi io mi rovino”. Allora lui pensò a un film con Domingo, e accettai. Un film non è un’opera».

Sempre stata una donna di grande determinazione.

«Quando credo in una cosa la difendo senza risparmio. Sono gentile, non sono cattiva, però quando m’impunto... Ho sempre avuto i piedi per terra, e ciò lo devo a due nonne favolose, di estrema saggezza, entrambe di Modena come me».

E come l’amico Luciano. Ma è vero che siete stati allattati dalla stessa balia?
«No. Le nostre mamme lavoravano alla manifattura di tabacchi e lì potevano lasciare i bimbi in custodia ad alcune signore. Quando io e Luciano piangevamo, una di queste donne ci dava il latte che avanzava da suo figlio».

Un latte miracoloso.
«Guardi, io e Luciano ridevamo sempre leggendo queste cose di voi giornalisti. “Perché noi siamo cantanti e il terzo no?” ci chiedevamo? Poi dicevamo, “Ma sì, lasciamoli scrivere”».

Ha avuto una vita piena. La sua più grande soddisfazione?

«Vivere nell’amore, prima quello delle nonne. Poi di mia figlia che è stata sempre al primo posto, quando s’è reso necessario ho lasciato impegni di lavoro per lei. Ora sono legatissima ai miei due nipoti».

Apprezzano l’opera?
«Sì, molto. Come la loro mamma del resto. Vanno dappertutto per vedere opere. Saranno anche a Verona. Io sono circondata dai miei allievi, e mi fa piacere, però il più bel regalo è tornare a casa e stare in famiglia».

Come vede la situazione dei teatri oggi, fra scioperi e tagli?

«Di sicuro ci sono stati sprechi, però l’opera è un patrimonio che va salvaguardato».