Ho dubbi su Silvio, ma la piazza è golpista

Sfidare il Cav è un doveredell'opposizione, costringerlo alle dimissioni un atto antidemocratico

Caro direttore,
mi sono molto divertito a leggere tutti i commenti alla mia lettera da Lei pubblicata sabato. Mi sembra però che ci sia un equivoco in cui molti lettori sono caduti, forse attratti dal titolo giornalistico dell’edizione online che annunciava «la svolta di Guzzanti». Anch’io al suo posto avrei fatto, giornalisticamente, lo stesso, ma con una ironica variazione: l’avrei chiamata «La svolta del Giornale».
È stata infatti la prima volta che il Suo autorevole Giornale dichiara anche nei titoli che la mignottocrazia esiste ed è un fatto reale. E prende lealmente atto del fatto che io confermo tutte le forti e aperte critiche che mi hanno portato fuori dal partito del presidente del Consiglio. Non mi rimangio nulla e anzi confermo tutto. Non ho mai praticato il pentimento, ma semmai l’evoluzione che lo svolgersi dei fatti talvolta impone.
Quindi, vorrei tranquillizzare tutti coloro che mi hanno attribuito, tanto per semplificarsi la vita, voltafaccia, giravolte, ritorni, piroette e altre figure retoriche per bambini pigri.
Io trovo realmente importante il fatto che Lei, direttore, abbia avuto il coraggio e l’onestà di pubblicare una lettera come la mia i cui contenuti sono identici a ciò che avrei potuto scrivere due anni fa. E cioè: io condanno severamente la mignottocrazia considerandola un cancro della società e della politica, così come trovo pericolosissime dal punto di vista dell’indipendenza nazionale e moralmente indigeribili le frequentazioni putiniane del presidente del Consiglio; considero inoltre una sciagura un Parlamento di nominati (fra cui io stesso) e non di eletti dal popolo secondo criteri di selezione e vedo con disperazione l’agonia del Parlamento, la mortificazione della politica e la cieca rabbia dei cittadini nei confronti delle istituzioni.
Ritengo che Berlusconi non sia l’unico responsabile di questo decadimento, ma certo non lo considero innocente. Queste mie opinioni le ho scritte nei miei libri e le ribadisco. Poi, ho sempre riconosciuto che Berlusconi ha saputo incarnare una leadership accolta da una larghissima parte degli italiani. E che lo trovo umanamente simpatico, spesso irresistibile, il che non sostituisce l’approvazione.
Purtroppo fino ad oggi non sono emerse altre leadership e anzi, come ho potuto constatare in una recente riunione del Terzo polo, sembra che la nuova moda sia di negare la necessità di una leadership forte, cosa che trovo sbagliatissima perché oggi la politica, di destra e di sinistra, è sempre incarnata da leader, si chiamino Obama o Zapatero, Sarkozy o Merkel, Blair o Cameron.
Avendo a cuore la democrazia parlamentare, sono favorevole a leader forti, ma costretti a vedersi rallentare, sabotare, frenare e costringere al compromesso da un sistema di checks and balances, pesi e contrappesi, controlli, fastidi e salutari rallentamenti. In democrazia, come a poker, nessuno deve mai esser certo di avere il punto più alto, il potere più forte, le mani interamente libere.
La democrazia cammina, a parer mio, su due gambe: la prima è quella che mette al governo chi ha vinto le elezioni, la seconda è quella dei sistemi di controllo di chi governa che per loro natura devono essere avversi, fastidiosi, intralcianti e persino umilianti. E ai quali il vincitore delle elezioni deve sottoporsi di buon grado, senza protestare.
E dunque penso che Berlusconi sbagli quando parla di «lacci e lacciuoli» riferendosi agli ostacoli che la politica pone a chi governa, perché quei lacci e quei lacciuoli sono invece la garanzia e l’antidoto contro il rischio plebiscitario.
Penso che la maggior parte dei Suoi lettori ritenga che chi ha vinto non soltanto debba governare – e fin qui sono d’accordo tutti – ma non debba sopportare rotture di scatole fino alle prossime elezioni. Non è affatto così: Sarkozy e Obama, Merkel e Cameron, per non dire del povero Zapatero, hanno tutti accettato i fastidi del sistema di pesi e contrappesi.
Credo che Berlusconi sbagli moltissimo mostrando insofferenza e trasmettendo ai suoi lettori un messaggio sbagliato secondo cui chi critica, frena e rimette in discussione, va considerato un traditore o un agente nemico. Ciò induce ad una insana paranoia di massa. La democrazia, come metodo e come stile, comporta pazienza, persino ipocrisia e sangue freddo.
Tutto ciò detto, odio e avverso come ogni liberale i moti di piazza. Ma adoro vedere finalmente le femministe in piazza per rivendicare, proteggere e difendere la dignità calpestata delle donne, che è l’effetto perverso della mignottocrazia. E questo è un paio di maniche.
Un altro paio di maniche è vedere e sentire la piazza «egizianizzata» alla moda dei Fratelli Musulmani: questo mi fa accapponare la pelle.
La piazza mobilitata va benissimo, e persino la rivolta armata va perfettamente bene per un liberale quando si ha di fronte una tirannia.
Ma quando si ha di fronte un avversario politico, per quanto detestato, l’uso della piazza al fine di costringerlo alle dimissioni rivela una intenzione golpista: inefficace nelle sue conseguenze, ma golpista nelle intenzioni.
Battere politicamente Berlusconi in democrazia è un dovere di chi sta all’opposizione, ma «abbattere» Berlusconi con armi improprie, quello che ho chiamato «piede di porco», è un atto non tanto contro Berlusconi ma contro la democrazia.
Dunque, quel che mi interessa sottolineare approfittando della Sua ospitalità è che io non mi sono mai mosso di un millimetro, non mi sono mai pentito di nulla, non faccio balletti, retrocessioni o avanzamenti e come prova di quel che affermo cito i libri che ho pubblicato negli ultimi due anni durante i quali mi è stato di fatto vietato scrivere sui giornali.
Sono sicuro che la maggior parte dei lettori del Giornale potrà dar atto della mia coerenza (magari detestandomi), comune a quella della sparuta schiera dei liberali italiani, una specie in perenne via di estinzione ma che oggi ha preso di nuovo a crescere. A chiacchiere, oggi, sono tutti liberali. «Todos liberales»? Magari! Se così fosse, cerchiamo almeno di parlare ed agire come tali. E grazie, direttore, di avermi permesso di farlo sul Suo Giornale.