Ho fatto il dissidente pro-panda

«E ha già in mente gli slogan?», domanda il maresciallo, tagliente.
«Ecco... Così... Su due piedi...».
«Mi dispiace, ma la sua richiesta dovrà essere corredata anche degli slogan che intende declamare in pubblico. Anche questi dovranno esserci comunicati preventivamente. In cinese, ovvio».
«Io pensavo... Pensavo che questi potrebbero funzionare: Panda che ti passa! Un Panda per amico! Cuore di Panda! Panda Liberation Front! Come slogan di riserva: Chi non Panda milanista è...è...!!»
Il brigadiere prende nota compunto, serio, professionale. La videocamera dell'appuntato ronza. La macchina fotografica esala il suo cinquantesimo clic.
Domando, con molta cortesia: «Posso invitare anche dei cinesi, alla manifestazione?».
«Sì. Ma i cinesi devono venire personalmente qui a firmare la loro richiesta».
«Andiamo. Anche se venisse Yao Ming, l'eroe della pallacanestro?».
«È cinese, no? Deve venire anche lui».
È il momento culminante dell'interrogatorio. Ai quattro poliziotti in camiciola azzurra che mi stanno di fronte (c'è anche l'interprete: una pudibonda, gentile ragazza che ha studiato italiano a Napoli) ho spiegato che intendo organizzare una manifestazione di protesta. La legge me ne dà facoltà. Io conosco le regole, caro maresciallo, gli avevo detto all'inizio con un tono di voce amichevole, un po' paraculo, molto italiano.
«Sarebbe»? mi aveva risposto lui, distante, gli occhi gelidi dietro le lenti da miope.
«Ecco. Mi sono convinto negli anni che le macchie scure dei Panda, quelle che hanno sotto gli occhi, dipendono dal fatto che sono tristi. E sono tristi perché li tenete prigionieri allo zoo. I Panda in libertà, infatti, hanno delle macchie più chiare... grigine...».
(Risate, ma composte, del quartetto). «Mai sentito dire», dice il maresciallo, ricacciando il riso nella strozza e facendosi di colpo serissimo, visto che serissimo, e molto determinato, sono io. «Mai sentito dire», ripetono in coro gli altri tre, consultandosi con lo sguardo.
Il maresciallo (si chiama Ye, foglia) è interista. Ma questo lo scoprirò alla fine, quando l'atmosfera si sarà un po' rilassata e lui avrà accettato di condividere il mio bastoncino di liquirizia. (I cinesi sono pazzamente, irresistibilmente incuriositi dalla radice di liquirizia che succhio da un mese al posto delle solite Ms). Fino a un momento fa però c'è stato pochissimo da ridere. Nome, cognome, giornale di appartenenza, albergo, numero della stanza, passaporto, accredito per le Olimpiadi, numero di telefono, fotocopie dei documenti... Poi le foto: di fronte, di profilo, di trequarti a sinistra, di trequarti a destra, con liquirizia e senza. Quindi il video, girato da un appuntato. La mia voce registrata, e il verbale con le mie dichiarazioni in cinese, da sottoscrivere in ogni facciata.
Il maresciallo naturalmente non è un maresciallo. Neppure il brigadiere. È una gerarchia di mia invenzione, per distinguere l'uno dall'altro. Sulle spalline in effetti hanno simboli diversi. Ma mi hanno spiegato che qui servono solo a stabilire l'anzianità di servizio. Per il resto, mi hanno spiegato, qui sono tutti uguali. Il signor Ye, il signor Chen... Vai a sapere.
Sono all'Ufficio per la Pubblica Sicurezza di Dongcheng, bel quartiere nel quadrante settentrionale della capitale: legni, scala mobile, pulizia, efficienza olandese. Il Tempio dei Lama è vicino. Lo zoo anche. È qui, dove si chiedono i permessi di entrata e di uscita dal Paese, che gli spostati decisi a inscenare una manifestazione di protesta si devono rivolgere. Di questi tempi a Pechino si può marciare e issare cartelli solo in tre siti: il Ritan Park, nella zona centrale di Chaoyang; lo Zizhuyan Park, il parco del bambù viola, a nord est, e il Beijing World Park, molto a sud. Se vi vengono altre idee, state passando un guaio e ancora non lo sapete.
La trafila è la stessa cui l'altro ieri si è già sottoposto un collega. Sportello 12, con scritta «Foreign dispute resolution», sala con tovaglia bianca, quattro sedie per lato, telecamera su treppiede.
Il maresciallo domanda: «Ha un nome cinese?».
Ultimamente no.
«Si chiama, di cognome?».
Gulli.
«Kulìe».
Veramente sarebbe Gulli.
«Ok. Kulìe. Nome del giornale?».
Il Giornale. (Giornale si dice baozhi. Che un baozhi si chiami baozhi fa un po' ridere. Dunque ridiamo).
«Lei pensa di issare un cartellone? O pensa piuttosto a uno striscione? E sarà poi una manifestazione aperta a tutti? O una specie di conferenza? Perché, vede, ci sono tre modi per fare la manifestazione. Primo: Il corteo. Si va per un percorso preciso. Secondo: Si fa una riunione in un posto preciso. Terzo: C'è o non c'è un cartello?».
Io pensavo a un corteo con cartello. Mi allargo troppo?
«Numero 1 e numero 3, eh? Bah... Bisogna fare una richiesta scritta».
Però ci pensa se vengono Yao Ming e Michael Phelps? Facciamo un botto pazzesco. Le foto faranno il giro del mondo. Ci pensa, maresciallo?
«Sì, ma nella richiesta deve specificare chi sono i partecipanti. Possono venire anche degli altri, certo. Ma se i loro nomi non sono stati comunicati, non fanno parte tecnicamente della manifestazione, e non possono prendere la parola».
E come si fa a distinguere gli iscritti dagli spettatori?
«Si fanno due gruppi separati, no?».
Mi pare un po' eccessivo...
«È come in una corsa di ciclisti. Tutti possono andare in bici. Ma se c'è una corsa, partecipano solo gli iscritti, non le pare? Dimenticavo: perché il permesso sia accordato, alla manifestazione devono partecipare più di tre persone».
Un dubbio: se durante la manifestazione mi viene voglia di dire una cosa a braccio, un po' estemporanea?
«Non se ne parla neanche. Tutto, anche gli slogan, deve essere comunicato nella sua lettera in modo dettagliato. Specificando anche in che lingua verranno pronunciati i discorsi».
Quanti giorni ci vorranno per avere il permesso?
«Per valutare la richiesta ci vogliono 5 giorni lavorativi».
Si parlava di eventuali partecipanti cinesi...
«Per loro la pratica è un po' più lunga. Diciamo... meno di 20 giorni».
Ma finiscono le Olimpiadi, nel frattempo.
«Eh già. Ma è la legge. Che possiamo fare?».
Letto, firmato e sottoscritto alle ore 14 del 14 agosto 2008. I colleghi Casadei Lucchi, Signori e Solinas, inviati dal Bhaozi insieme con me in questo paradiso di libertà, hanno promesso che non mi lasceranno solo. Qualsiasi cosa succeda.