«Ho fatto figli, teatro, tv e ora ritorno al cinema»

Il poliedrico attore è il protagonista bifronte, con Stefania Rocca, del giallo tratto dal romanzo di Sandrone Dazieri

Cinzia Romani

da Roma

«Gli specifici vanno salvati!» avverte Claudio Bisio, presentando La cura del gorilla (da domani nelle sale), lo spaghetti-noir di Carlo Sigon, tratto dall’omonimo romanzo di Sandrone Dazieri. Il comico vuol dire che qui, quando monologa da par suo davanti allo specchio, il cinespettatore non deve aspettarsi Vanessa Incontrada (sua partner in Zelig), pronta a carezzargli il crapone lucido. In compenso, c’è il grande attore italoamericano Ernest Borgnine, a fargli da spalla, e la richiesta Stefania Rocca a ricambiare gli amorosi sensi. «Non facevo un film da sette anni, perché nel frattempo ho fatto dell’altro: figli, teatro, tivù» racconta l’interprete, ora calato nei panni di un detective schizofrenico, dalla personalità scissa. «Periodicamente leggo di tutto, guidato dal mio libraio. Un giorno mi ha fatto scoprire questo noir, che si prestava alla resa cinematografica e insieme al produttore Maurizio Totti, ci siamo lanciati nell’impresa», spiega il poliedrico interprete.
«Rispetto al romanzo, i cambiamenti sono stati pochi. Era impossibile ricorrere ai bigliettini scritti-promemoria, come accade nel libro». Già, perché Gorilla, un Bruce Willis della Bassa lombarda (il film si ambienta a Cremona) è affetto dalla sindrome bipolare e annota su certi foglietti quel che fa. E così, mentre il Gorilla è politicamente corretto, un po’ moscio (anche in senso letterale) e porta gli occhiali, il Socio ci vede benissimo, soprattutto quando deve spaccare la faccia a certi brutti ceffi dell’Est. La vicenda prende le mosse dalla morte di un albanese (il ballerino di Maria De Filippi, Kledi Kadiu), ucciso con venti coltellate. «Ne bastava una!», piange la sua fidanzata Vera (Stefania Rocca), monellaccia che fa volontariato presso un centro, diretto da uno strano prete (Fabio Camilli). La ragazza è carina e il Gorilla l’aiuterà a trovare i veri colpevoli del crimine. «Quale dei due preferisco? Il Socio, ovvio: con un tipo così, deciso e virile, una donna si sente protetta! E poi, non si disegna troppo al positivo» chiarisce Stefania Rocca, conciata da eterna Peter Pan.
Ma chi è Sandrone Dazieri, direttore di una collana della Colorado, la Casa editrice di Totti, qui coproduttore con la Warner? «Sono ateo e comunista» dà il suo biglietto da visita l’ex-cuoco, già buttafuori, un tempo facchino, prima di dedicarsi al giornalismo e alla scrittura. Siamo dalle parti del Leonka, ma con editori di riferimento niente male, tra cui la Mondadori... «Per la parte di Vera ho scelto io Stefania Rocca, che ha energia nel muoversi» precisa Dazieri. «Ma io mi son riconosciuta più nel personaggio del libro che in quello del film: amo quella voglia di essere sinceri, anche a costo di dire brutalità» confessa la Rocca.
Nel cast figura anche Gisella Sofio (la madre di Gorilla), meno sofisticata del suo solito («Mi avete ridotto un pedalino» civetta) e comunque molto gradevole quando duetta con Borgnine. Questi, assente dal cinema dai tempi di 11 settembre 2001, diretto da Sean Penn, ha fornito un fuori programma, dichiarando, a proposito delle nomination all’Oscar: «Grazie a Dio John Wayne è morto; gli si spezzerebbe il cuore a vedere i due cowboy innamorati di Brokeback Mountain, omaggiato da Hollywood. Un luogo dove vado soltanto, se mi chiamano, per guadagnare». Cinquant’anni fa Borgnine, di origine italiana («Mia madre era di Carpi, mio papà della provincia di Torino») vinse un Oscar (Marty, vita di un timido di Delbert Mann) ma non rimpiange Hollywood, che considera «un posto dove tutti si vestono come pinguini». La classe dell’attore, tuttavia, ha messo in soggezione Bisio, che ha dovuto ripetere un paio di scene, dove fissava Borgnine con occhi da fan, senza esprimere altro che ammirazione per il più anziano e più autorevole collega.