«Ho fatto da solo, ora lasciatemi stare»

LA NOTIZIA Beppino era nella casa di Lecco quando è stato informato con una telefonata

Beppino ha vinto e ora è rimasto solo. La sua battaglia è finita. Il telefono ha suonato inatteso e improvviso. Non se lo aspettava Beppino di chiudere tutto così in fretta, ma in cuor suo forse lo sperava. Una figlia che si contorce nel dolore per la sete era troppo. Per questo aveva preferito ritirarsi e attendere l’ultimo respiro a casa, a sfogliare le foto più belle una dopo l’altra. Aveva paura. Una fine lunga, straziante, così si era immaginato gli ultimi giorni di Eluana. Pochi mesi prima quel corpo immobile da 17 anni aveva già dato prova di essere forte. Si era ripreso da un’emorragia senza l’intervento esterno, stupendo tutti. Questa volta c’erano i medici a rassicurarlo. Dieci, quindici giorni di agonia. E invece la voce dell’anestesista De Monte ha spezzato il dormiveglia di Beppino. «Sì. Ci ha lasciati. Ma non voglio dire niente. Voglio solo stare solo».
Beppino piange e accarezza le foto. Il caso è chiuso. Non ha più niente da dire, da chiedere, da implorare. «Ho fatto tutto da solo, l’ho portata a questo livello e voglio finire da solo». Piange e ricorda la voce di Eluana quando lei stessa diceva che la morte fa parte della vita. «Non dovete preoccuparvi per me, ora voglio stare solo, non voglio parlare con nessuno. L’unica cosa che chiedo ai veri amici è di non cercarmi. Sono fatto così, chiedo che mi rispettino in questo modo». Ieri sera Beppino ha viaggiato da solo. Si è rimesso in auto, con il peso nel cuore per non aver fatto in tempo a salutarla, con il sollievo per una figlia che non soffrirà più. Aveva già pensato a tutto Beppino. La settimana scorsa aveva telefonato al parroco di Paluzza, in Friuli, per prendere accordi sul funerale. Si era lasciato andare, si era confidato con il prete. Certe parole della Chiesa lo avevano ferito, gli era arrivato dritto al cuore anche tutto il rumore attorno a lui. Lui che andava avanti testardo ripetendo che quella battaglia era solo per lei. Quello scontro che lui stesso aveva voluto portare alle estreme conseguenze aveva da tempo lasciato il confine di Lecco. La sua non era più una storia privata, così aveva lanciato un appello a Napolitano e a Berlusconi «perché vadano in clinica e si rendano conto di persona delle condizioni». Alla Chiesa invece aveva detto: «Quello che riguarda la Chiesa riguarda solo loro, non noi che non professiamo questa confessione». «Nel caso di mia figlia la condanna a vivere senza limiti è peggio della condanna a morte».
Era arrabbiato Beppino, contro quella maledetta scienza, tecnica, che l’aveva ridotta così, che aveva preso a tradimento quel corpo e trattenuto per anni in un letto. E continuava a ripetere: «Se non è una tortura questa, allora ditemi voi». «Siamo costretti a rivivere il dramma della morte di nostra figlia per una seconda volta, una tortura disumana che diventa sopportabile solo pensando che lo stiamo facendo per lei». «Un tormento senza fine. Ormai posso sopportare tutto, cos’altro ha da patire una persona che ha perso un figlio, quale dolore potrebbe procurarmi?».
E forse per questo ora la sua solitudine sembra quasi orgoglio testardo di chi da diciassette anni lotta da solo.