«Ho finanziato Fitto, ma non è corruzione»

nostro inviato a Bari
L’asso nella manica di Giampaolo Angelucci per togliersi di dosso gli arresti domiciliari è un bell’assegno da 55 milioni di euro, 110 miliardi di ex lire, 110 volte l’ammontare delle somme da lui versate all’ex governatore azzurro Raffaele Fitto che la procura di Bari considera tangenti. È il valore dei beni sequestrati al re della sanità privata e a quattro società del suo gruppo: conti correnti, immobili, quote della Tosinvest. Angelucci propone uno scambio: liquidità al posto di tutto il bendidio bloccato dal gip Giuseppe De Benedictis. Denaro sonante al posto dei beni confiscati, 55 milioni di euro in contanti in cambio della libertà. Una libertà pagata a carissimo prezzo.
Il trentaseienne imprenditore della sanità e dell’editoria (Libero e Riformista) ha avanzato la sua proposta ieri mattina durante l’interrogatorio di garanzia avvenuto nell’aula 2 al primo piano del palazzo di giustizia di Bari. Angelucci è arrivato da Roma alle 10,45 assieme agli avvocati Guido Calvi e Franco Coppi, due penalisti di grandissima esperienza con i quali collabora uno dei più importanti legali di Bari, l’avvocato Mario Russo Frattasi. Davanti al poderoso pool difensivo erano schierati i quattro pm dell’accusa (Marco Dinapoli, Roberto Rossi, Renato Nitti e Lorenzo Nicastri) e il gip De Benedictis, la cui maglietta bianca a maniche corte contrastava con gli inappuntabili completi scuri di tutti gli altri.
Non sarà uno scambio immediato. I legali di Angelucci hanno spiegato che un gruppo che si occupa di sanità come la Tosinvest non può essere guidato da un amministratore giudiziale. «La richiesta è indispensabile per fare funzionare le cliniche del nostro assistito - ha spiegato l’avvocato Russo Frattasi -. Nelle strutture sanitarie sono ospitati migliaia di degenti, tra cui molti malati terminali dei quali devono occuparsi le figure professionali più adeguate». Ecco dunque la disponibilità di Angelucci a costituire un fondo di 55 milioni di euro che il gip potrebbe porre sotto sequestro giudiziario dopo aver dissequestrato i beni ora sottratti. È una somma altissima, che evidentemente l’imprenditore è in grado di raccogliere in pochi giorni, equivalente al presunto utile derivante alla Tosinvest dalla gestione delle 11 residenze sanitarie avute dalla Regione Puglia.
Dietro questa mossa si intravede anche un secondo obiettivo. Il gip di Bari ha motivato l’arresto di Angelucci, sia pure nella forma attenuata dei domiciliari, per il pericolo di reiterazione del reato. Il giudice ritiene cioè che l’imprenditore romano potrebbe continuare a distribuire contributi elettorali. Un rischio che verrebbe meno se quell’enorme quantità di soldi in contanti gli venisse bloccata dalla magistratura.
Durante l’interrogatorio di ieri, durato poco meno di un’ora, Angelucci ha ammesso di avere versato 500mila euro al movimento politico «La Puglia prima di tutto» fondato dall’ex governatore in vista delle elezioni regionali del 2005. Ma ha negato con forza, come ha fatto anche il deputato di Forza Italia, che sia stato un atto di corruzione. Quei denari non sono tangenti ma contributi leciti, iscritti nei bilanci delle società Tosinvest e del partito di Fitto, trasferiti alla luce del sole con bonifici bancari, decisi per la stima che l’imprenditore nutre verso il giovane politico, al punto che i versamenti sono continuati anche dopo la campagna elettorale. I legali hanno inoltre rimarcato che nessuno dei concorrenti sconfitti alla gara d’appalto per la gestione delle strutture sanitarie regionali ha presentato ricorso dopo l’aggiudicazione. Era un appalto da 198 milioni di euro in sette anni.
Ora la vicenda si trasferisce a Montecitorio, che deve decidere se autorizzare o no gli arresti domiciliari per Fitto chiesti dal gip. L’ex governatore, oltre che di finanziamento illecito ai partiti e corruzione come Angelucci, è accusato anche di falso: avrebbe spinto perché la gestione delle 11 residenze sanitarie venisse assegnata ai privati.