«Ho indagato su 400 omicidi... Ora mi merito un po’ di riposo»

«Quanti omicidi ho trattato in vent’anni? Forse 400, risolti tanti, almeno l’80 per cento. Ma purtroppo ci sono gli altri. E mi bruciano, eccome se mi bruciano». Antonio Scorpaniti è seduto alla sua scrivania alla sezione omicidi, di cui per vent’anni è stato l’anima, per l’ultima settimana. Poi prenderà l’ideale cappello, lo ficcherà in testa e andrà in pensione dopo 40 anni di Polizia.
Allora tanto per cominciare, si qualifichi.
«Sostituto commissario (il vecchio maresciallo con incarichi speciali, ndr) Antonio Scorpaniti, nato a Napoli nel ’48, arruolato il 15 ottobre del ’69. Due anni alla Celere di Milano, uno alla Criminalpol di Reggio Calabria. Poi il corso sottufficiali e dal maggio ’74 ancora a Milano, vicebrigadiere alla Buoncostume».
Ordine pubblico in un periodo mica da ridere.
«E già, si caricava almeno una volta alla settimana. Milano era bollente allora. Anche se lo scontro più duro fu a Cinisello. Non ne ricordo la ragione, solo che fu una specie di sollevazione popolare, con scontri iniziati alla mattina e finiti a notte inoltrata».
Non deve essere stato facile neppure in Calabria, negli anni del «Boia chi molla», la rivolta per Reggio capoluogo di regione.
«Infatti appena arrivato mi spararono addosso da un tetto».
Poi alla mobile a dar la caccia ai «magnaccia».
«Già, allora non c’era racket, ma solo balordi che campavano sfruttando la loro donna. Ricordo ancora il primo che ho fermato: stava portando “al lavoro” una signora assai poco avvenente su una scassatissima 500. Tempi quasi romantici».
Sì ma c’era Vallanzasca, Turatello, Epaminonda, le Brigate Rosse... altro che romanticismo.,
«A be’ sì, da quel punto di vista si rischiava molto più di adesso. Noi agivamo molto sul territorio con controlli su auto o irruzioni nei night club. Potevi incappare sul ricercato o sul terrorista e quello sparava. Io sono stato fortunato: mai un conflitto a fuoco».
Poi dall’88 alla omicidi, all’inizio della guerra Batti-Flachi.
«Dopo le gesta della banda Cavallero e di Luciano Lutring, la malavita locale era ormai sparita da vent’anni. Già negli anni ’70 erano arrivati i primi stranieri, soprattutto slavi e sudamericani. Poi negli anni ’80 le infiltrazioni mafiose. Come appunto i Batti, napoletani, e i Flachi, calabresi: lo scontro tra loro per il controllo del mercato della droga causò in pochi mesi una trentina di morti. Fu allora che arrivammo ai cento omicidi all’anno».
Un’inezia rispetto ai 30/40 casi di questi anni.
«La malavita organizzata ha cambiato strategia anche perché il grande affare oggi è la droga ma la torta è così grande che c’è spazio per tutti: basta mettersi d’accordo, senza spargimenti di sangue che allarmano opinione pubblica e “sbirri”».
Vent’anni di delitti, almeno 400 trattati, 4 su 5 risolti. Qual è il fallimento che brucia di più?
«Il caso di Roberto Klinger, diabetologo di fama mondiale ed ex medico dell’Inter negli anni ’60. Fu ucciso a 68 anni, nel ’92 sotto casa con tre colpi di pistola. Dopo aver rivoltato la sua vita come un calzino senza trovare altri spunti, indagammo un collega. Raccogliemmo una montagna di indizi ma nessuna prova e alla fine uscì dalle indagini, anche se rimango convinto fosse colpevole».
La morte che l’ha colpita di più dal punto di vista umano?
«Quella di Alenya Bortolotto, 22 anni, massacrata a coltellate dal suo fidanzato Ruggero Jucker il 20 luglio 2002. Un delitto senza ragione, portato a termine con estrema ferocia. Non le dico in che condizioni trovammo il corpo, veramente raccapricciante anche per noi abituati a trattare cadaveri».
Un rimpianto?
«Non aver avuto vent’anni fa le conoscenze scientifiche che abbiamo oggi, molti delitti non sarebbero rimasti insoluti. Conoscenze che però devono rientrare nel campo dell’investigazione tradizionale: i gialli non si risolvono in laboratorio, come si vede in televisione, ma raccogliendo indizi e prove, tra cui anche quelle sviluppate dalla “scientifica”».
Ma alla fine lei ha capito chi è l’assassino tipo: è uno di noi?
«Sarei tentato di rispondere di sì, perché spesso le circostanze possono portare un individuo normale a commettere un omicidio. Ma a ben guardare nel suo vissuto, poi si scopre una personalità aggressiva e violenta, quindi credo ci sia una predisposizione».
Si sentiva soddisfatto quando incastrava un colpevole?
«Sì perché avevo fatto bene il mio lavoro, no perché alla fine c’erano comunque due tragedie: quella della vittima e dei suoi parenti e amici ma anche quella del carnefice, che rimarrà a lungo in carcere, e dei suoi famigliari. Posso solo dire che in tutti questi anni forse ho lasciato in libertà qualche colpevole ma mai mandato dentro un innocente».