"Ho letto negli occhi dei coniugi Romano quel che avevano fatto"

In corte d’Assise la ricostruzione del comandante dei carabinieri di Erba: "La notte del massacro Rosa e il marito erano strani. Sulla mano di lei un cerotto, su quella di lui alcune ecchimosi"

Como - Olindo, racconta un carabiniere in aula: «Che parla, parla come un fiume in piena. Che ha voglia di sfogarsi, che si accusa dei delitti dell'11 dicembre 2006 e indugia sui dettagli della strage. Olindo che ripete ossessivamente: Rosa è innocente». Olindo che, in apertura d'udienza, con una dichiarazione spontanea di quattro minuti, prova a imboccare la tortuosa strada alternativa di una confessione che i carabinieri gli avrebbero in qualche modo estorto con un «lavaggio del cervello».

Nove ore di ricostruzioni, testimonianze, interrogatori in corte d'Assise a Como. Nove ore. Per partire da lui e arrivare ancora a lui, Olindo. Di fatto la metafora del percorso investigativo compiuto dal luogotenente Luciano Gallorini, da 25 anni comandante della stazione carabinieri di Erba, che ebbe l'intuizione di restringere il cerchio delle indagini ai coniugi Romano. «È ovvio - ha ricordato ieri nel dibattimento Gallorini - che all'inizio non scartammo alcuna ipotesi investigativa. Furono prese in considerazione eventuali vendette trasversali nell'ambito dei trafficanti di droga, considerato che Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna e padre di Youssef, era finito in carcere con una condanna in tal senso. Andammo a verificare l'entità di quei diverbi, poi un possibile movente dettato da intolleranze religiose. E ancora le incomprensioni all'interno della famiglia Castagna, che non aveva certo visto di buon occhio il matrimonio fra Raffaella e Azouz perché, tra le altre cose, qualcuno ci aveva riferito di aver visto una persona incappucciata che poteva assomigliare al fratello di Raffaella, Pietro. Tant'è che per un certo periodo mettemmo anche sotto controllo con le microspie papà Castagna e suo figlio. Ma tutte queste ipotesi - ha precisato nella sua deposizione - non trovarono alcun riscontro».

In compenso il maresciallo, 37 anni nell'Arma, «37 anni in cui ho cercato di far bene, con onestà e scrupolo, il mio mestiere» fu colpito la notte stessa della strage, da un particolare ben preciso quando alle 3 e mezza si presentò in casa dei coniugi Romano. «Olindo era strano, aveva uno sguardo strano. Le pupille dilatate, gli occhi arrossati». «Sensazioni visive che può avere solo un investigatore con una lunga esperienza di fatti di sangue importanti», le definisce Gallorini ma «sensazioni che mi imponevano di approfondire le indagini a carico della coppia». Anche perché quelle sensazioni, quello sguardo - aggiunge il comandante dei carabinieri di Erba - erano accompagnati da altri particolari strani: la lavatrice che andava a quell'ora di notte, un cerotto che nascondeva una ferita fresca su una mano di Rosa, alcune ecchimosi sulla mano e sull'avambraccio di Olindo».

Preciso, puntuale, quasi didascalico nelle sue riposte, Gallorini. Che è come se fin da quel primo momento avesse letto negli occhi di Olindo la verità. «Avevo ben presente i dissidi tra i coniugi Romano-Bazzi e Marzouk-Castagna. Eravamo anche noi intervenuti più volte per riportare la pace in quella casa. Tornai a consultare i fascicoli di quelle reciproche denunce...». Poi, forse, il momento più intenso, il momento in cui Gallorini rievoca la sofferta deposizione raccolta tra mille difficoltà dall'unico sopravvissuto alla strage, Mario Frigerio. Che dal suo letto all'ospedale Sant'Anna con un fil di voce si sforza di rispondere alle domande. «Gli feci i nomi di tutti i suoi vicini di casa e gli chiesi se li conosceva. Al nome di Olindo Romano il signor Frigerio mi chiese: perché mi chiede di lui? E, all'improvviso scoppiò a piangere dicendo che poteva essere lui il suo aggressore».

Di sensazioni e stranezze ha parlato in aula anche il maresciallo Luciano Nesti, vice di Gallorini, il primo a suonare alla porta dei coniugi Romano-Bazzi nel cuore della notte, dopo la strage. «Rosa mi domandò se era proprio necessario svegliare il marito, ma quando seguendola arrivai in camera da letto, trovai Olindo sveglio e perfettamente lucido. Con gli occhi sbarrati. Che fissavano il soffitto. Domandai loro dove si trovavano all'ora del delitto e Rosa mi disse della passeggiata a Como e della cena in un fast food. Subito, senza che glielo avessi chiesto tirò fuori dalla borsa lo scontrino di McDonald's».

Si parte da Olindo e si arriva a Olindo. Con il racconto del maresciallo Antonino Finocchiaro che non aveva svolto alcuna indagine sulla strage e in aprile sarebbe andato in pensione. «Il 10 Gennaio 2007 siamo andati a prelevare le impronte di Olindo al carcere Bassone su incarico del Ris, perché non erano venute al meglio - racconta il maresciallo. Olindo era molto teso e non riuscivamo a prenderle. Cercai di tranquillizzarlo. Fumando una sigaretta, mi disse: mia moglie è innocente, sono stato io. Allora io gli dissi: se sai qualcosa, parlane con un magistrato. Olindo rispose che desiderava farlo, ma solo dopo aver avuto un colloquio con sua moglie. Mentre aspettavamo l'arrivo del pm - ha proseguito Finocchiaro - era un fiume in piena, tant’è vero che lo interrompevo continuamente, parlando d'altro, anche dei viaggi in camper, di canarini, mentre lui raccontava la sua versione della strage: che sua moglie non c'era. Cercavo di farlo parlare d'altro, ma tornava sempre lì. Continuavo a ripetergli: guarda non mi interessa, l'unica cosa che posso fare è farti parlare con un magistrato. Era lui - ha tenuto a precisare Finocchiaro rispondendo ad una domanda della difesa - che parlava liberamente. Parlava, parlava. Come se volesse sfogarsi».