«Ho protestato per il Tibet, non potrò più andarci»

Il volto pulito. Gli occhi neri neri. Che sanno dove andare. Capelli lisci. Sciolti lungo la schiena. A un tratto la sua chioma orientale si arruffa. Le copre lo sguardo. Il corpo esile vacilla. Un poliziotto le afferra il braccio. Le schiaccia il volto a terra. L’espressione si contrae in un smorfia. Più di rabbia che di paura. «Disturbava il pubblico». In realtà nascondeva una bandiera tibetana. La scena è l’ippodromo di Hong Kong. Il tempo, quello dei Giochi olimpici 2008. La protagonista, Christina Chan Hau-man. Tutto trasmesso in mondovisione il 9 agosto. Da allora è lei la Marianna cinese. Il simbolo di queste Olimpiadi della repressione e del dissenso.
Ha appena 21 anni Christina. Ed è già al suo secondo «arresto». A maggio, in occasione del passaggio della torcia olimpica ad Hong Kong, aveva osato partecipare ad una manifestazione contro le violazioni dei diritti umani in Tibet.
Riesci a raggiungerla al telefono. Si trova a casa. Si sta «preparando per uscire». Risponde il suo ragazzo. Musica rock di sottofondo. «Hello, may I speak to Christina?». «Yes, wait a minute, please». Sussurra. Per timidezza. Non è falsa modestia. Lo capisci subito e ti spiazza.
Christina, sai che per un giorno sei stata una star? La tua foto era su tutti i giornali e in tv.
«Ho visto, ma non penso di essere una celebrità ora. Spero almeno di aver contribuito così a tenere alta l’attenzione sul problema dei diritti umani in Cina».
Cosa è successo il 9 agosto all’ippodromo?
«Ero con un mio amico alle gare di equitazione. Volevamo fare un gesto di protesta, ma sai, qui sono ammesse solo t-shirt del tipo I love China. Abbiamo, quindi, pensato di nascondere la nostra bandiera tibetana e lo striscione contro il Partito unico cinese sotto una più innocua bandiera canadese. Siamo riusciti ad entrare».
E a quel punto?
«Non stavamo facendo nulla di male. Ma forse mi hanno riconosciuta per i miei precedenti. Forse si sono insospettiti perché eravamo vicini alla stampa. In un secondo tre uomini della sicurezza mi sono saltati addosso. Mi hanno spinto a terra e mi hanno tenuto lì per 15 minuti».
Perché protestare durante i Giochi di quest’anno?
«Molte persone hanno comprato il biglietto per le Olimpiadi, ma in poche hanno pensato al costo che queste hanno avuto per la popolazione cinese. Il governo ha operato molti abusi per assicurarsi di fare bella figura davanti al mondo, per garantire assenza di manifestazioni. È importante continuare a fare pressione sul governo».
Sulle libertà fondamentali Hong Kong rischia di avvicinarsi al modello cinese?
«A Hong Kong vi è libertà di pensiero e parola. Ma questa si sta assottigliando man mano che l’influenza cinese si estende. Sono molto spaventata per il futuro. La politica del “un Paese, due sistemi” sta diventando “un Paese, un sistema”».
Quali sono i tuoi studi e i tuoi interessi?
«Mi sono appena laureata in filosofia e a settembre inizio un master. Non vedo l’ora! Mi piace leggere. Vado spesso al cinema e amo la musica. Il mio ragazzo suona in una band. È australiano. Viviamo lontani ma riusciamo a vederci spesso».
La tua famiglia?
«Sono figlia unica. Vivo da sola con cinque gatti. Ma dai 10 ai 16 anni sono stata in Inghilterra con i miei».
E gli amici?
«Ho molti amici stranieri e con loro mi dedico all’attivismo. I miei coetanei non si interessano di politica perché scoraggiati dall’eccesso di controlli. Si buttano così su videogame e sport».
Da dove viene il tuo impegno?
«La mia esperienza all’estero e i miei studi hanno contribuito a formare la mia coscienza. Ho trovato ispirazioni nel filosofo John Stuart Mill e molti stimoli dagli amici della Free Tibet Organization. Ma ormai in Tibet mi è proibito entrare».