«Ho reso più ricchi 85 milanesi su cento»

«Chi prenderà la mia eredità? Stiamo aspettando il sì definitivo di Letizia Moratti»

«Decolliamo». Il comandante solleva da terra l’elicottero dell’Avionord. Camicia azzurra, cravatta scura con pallini, cuffia con microfonino, Gabriele Albertini è pronto per sorvolare Milano. Una città così cambiata nei nove anni di quello che lui, concedendosi un pizzico di civetteria, spesso chiama il suo «turno di guardia». Pochi mesi ancora, l’ultimo ferragosto da sindaco. E poi? «Per ora non ho altri obiettivi che portare a termine dignitosamente il mio mandato. Finire le opere pubbliche che ho cominciato, perché le piramidi sopravvivono ai faraoni».
Le piramidi sono lì sotto. La nuova Scala, il Piermarini restaurato e i nuovi volumi di Mario Botta, l’area dismessa di Montecity-Rogoredo che sir Norman Foster farà diventare il nuovo quartiere di Santa Giulia, Garibaldi-Repubblica futura Città della moda griffata Cesar Pelli e i grattacieli che diventeranno sede di Comune e Regione, la vecchia Fiera dove nasceranno il grande Central park milanese e gli altri grattacieli che cambieranno per sempre la skyline intorno alla Madonnina, la vela di Massimilano Fuksas spina dorsale della nuova Fiera di Rho-Pero, Porta Vittoria e lo spiazzo per le fondamenta della Biblioteca europea, la Darsena e i primi lavori per il parcheggio sott’acqua, i depuratori di Nosedo, Peschiera e San Rocco, Ansaldo e la Città delle culture, l’area ex Om, i parchi delle Cave e Forlanini.
Un libro dei sogni diventato realtà. Difficile credere che il faraone si rassegnerà alla pensione, seppur dorata, di Strasburgo. Tre anni sono davvero troppo lunghi. «Ma devo rappresentare i 144mila 433 elettori che mi hanno dato fiducia. Anzi, 432 perché c’era anche il mio voto». Una montagna di preferenze per il sindaco di una città che in tanti continuano a definire poco vivibile. «Qualcuno dice che è molto cara - ribatte il sindaco -. E forse lo è. Ma l’85 per cento dei milanesi sono proprietari di casa. Un’ampia maggioranza dei cittadini che, senza sforzo, negli ultimi dieci anni si è vista triplicare il valore del patrimonio. E questo grazie alle grandi opere che abbiamo realizzato. Certo, quello che non vale non costa e investire sul territorio significa renderlo attrattivo». L’amministratore di condominio fa di conto e non dimentica quanto difficile sia oggi comprar casa. «Certo chi vuol comprare oggi paga tre volte tanto, ma chi vuol vendere il suo normale appartamento ha magari potuto acquistare villa e piscina fuori città. O, comunque, potrà lasciare qualcosa di importante a figli e nipoti».
Il viaggio continua. Dell’ex area dismessa di Montecity, Albertini ricorda che ci lavora sir Norman Foster, il «più grande architetto vivente», una «nuova città che sorge sulla vecchia industria». Poi c’è Massimiliano Fuksas che cesella le torri dell’ex area Om («avrei preferito si andasse più in verticale, ma un ottimo intervento»). Cesar Pelli darà vita alla Città della moda, lì «dove oggi investono i più grandi immobiliaristi del mondo». E ancora la nuova Fiera, una «operazione perfetta» anche se all’inizio «qualche dubbio c’era». «Un miracolo. Che darà anche occupazione a 43mila persone. Una risposta a chi mi accusa di non aver fatto niente per gli operai dell’Alfa di Arese». Dal finestrino si vede la Darsena. «Il parcheggio della discordia? No, della concordia. Nessuno vuole le auto in strada. Pedonalizzeremo l’area e costruiremo un grande silos sotto l’acqua. In superficie i parcheggi saranno ridotti, ma per i residenti ci saranno più posti». Ottimista anche sul fatto che Inter e Milan continueranno a giocare a San Siro. «Non vedrei lo stadio in nessun altro posto, anche se ci sono imprenditori spreconi che lo vorrebbero costruire altrove».
Una virata e l’elicottero punta verso il Parco delle cave. «Abbiamo ereditato - ricorda Albertini - poco più di sette metri quadrati di verde per abitante, ne lasciamo quasi venti. Il totale? Basta moltiplicare venti metri per il numero dei milanesi, un milione e 300mila. Non c’era un depuratore, ne lasciamo tre, non c’era un termovalorizzatore, ne lasciamo uno e un altro da finire. Mi sembra che per non avere in giunta nemmeno un verde, ho fatto più di tutti i verdi della storia di Milano».
Tempo di bilanci, dunque. Soddisfatto? «Orgoglioso. Ho riletto un’intervista del ’97. Parlavo di più verde e il verde è quasi triplicato, di una città pulita e ora ci sono tre depuratori e due termovalorizzatori, di una città più sicura e, nonostante l’inconveniente dell’immigrazione clandestina, i reati sono calati del 30 per cento. Mi sembra che tutti e tre gli obiettivi siano stati centrati». Un’eredità pesante. Chi la raccoglierà? «Stiamo aspettando il sì definitivo di Letizia Moratti».