Ho scoperto di essere un «killer»

Il diritto di critica e le aggressive «pressioni» di un sommo poeta

Ho appena scoperto che sono «un killer». Ho scoperto di essere anche «un personaggio ignobile». Ho scoperto anche il motivo per cui merito entrambe queste qualifiche. Le merito perché penso che Novecento, il capolavoro di Bernardo Bertolucci - come scrissi in un mio libro di circa trent’anni fa, e come ho ripetuto alcuni giorni fa anche su questo giornale per onorare il trentesimo compleanno di quel film - sia uno splendido esempio di «fascismo rosso».
Tutto questo l’ho appena appreso leggendo, sul Corriere della Sera, una letterina che il papà del regista, il poeta Attilio Bertolucci, nel dicembre del 1977, scrisse infuriato a Livio Garzanti, per fargli capire quale affronto gli avesse fatto permettendosi di pubblicare - pur essendo il suo editore, nonché suo amico da anni - quel mio libro infame. Dalla stessa letterina, della quale il Corriere della Sera, dopo averla ripescata in un archivio, ha pubblicato finora soltanto i passi che mi riguardano, ho infine potuto apprendere che a farmi sfoderare per quel film l’espressione «fascismo rosso» era stata la mia brama di pubblicità.
Di quell’amabile letterina del grande poeta Bertolucci al suo grande editore Garzanti conosco soltanto le poche righe citate dal Corriere. Dalle quali risulta che il primo, dopo essersi accorto, inorridito, che in quel mio libro fresco di stampa c’erano sette pagine in cui sbertucciavo il masterpiece di suo figlio, avvertì urgente il bisogno di segnalare al secondo «l’imbecillità o la malafede di chi della casa editrice ha accettato, prodotto e ormai messo fuori il libro». Dopodiché, passando di botto dalla denuncia intimidatoria alla supplica pudibonda, sferrò questa soave implorazione: «La pregherei di non compiere nessun passo presso il killer Guarini. Non desidera altro che cercarsi un po’ di pubblicità alle spalle mie e sue, quell’ignobile personaggio... Io per ora non posso sentirmi entro la sigla che comprende Guarini...».
Che cosa possiamo dedurre da questi preziosi frammenti della prosa epistolare di quel nostro sommo poeta? Si deduce che la lettera che contiene quelle righe appartiene, nel suo piccolo, alla storia dell’editoria italiana; che un minuscolo ma commovente capitolo di questa storia riguarda la delicata influenza che uno dei poeti più apprezzati del nostro secondo Novecento esercitò per anni sul suo editore; che questi rapporti erano basati sul tacito presupposto che il poeta avesse il diritto e il potere di terrorizzare l’editore accusando di imbecillità o malafede lui o chi per suo conto avesse osato pubblicare libri a lui sgraditi; infine che quel poeta, segnalandomi allo zelo censorio di quell’editore, dimostrò che il titolo di killer, che aveva accordato e me, spettava in effetti a lui.
Gli spettava a pieno diritto anche perché egli, con quella lettera, ottenne che quel mio libro fosse immediatamente ritirato dalle librerie e ristampato in fretta senza il capitolo su Novecento. E questo credo sia un caso editoriale unico nel suo genere. Non mi risulta, infatti, che esistano altri casi di libri ritirati, censurati e ristampati mutili dopo la distribuzione nelle librerie. Queste sono comunque prodezze che solo un essere ignobile come me può attribuire all’immaginaria egemonia culturale della nostra poetica gauche al caviale.
guarini.r@virgilio.it