«Ho scritto un libro rischio il carcere»

La scrittrice e giornalista Ipek Çalislar sarà alla sbarra martedì

Storia di una first lady ritrovata. Passato e presente adesso in Turchia si scontrano nei tribunali e nelle librerie. E questa volta a scatenare le ire dei nazionalisti è una biografia, intitolata Latife Hanim, che parla di Latife Ussaki, moglie di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Repubblica Turca. Il libro ha venduto migliaia di copie in poche settimane e ormai è diventato un vero fenomeno di costume. Latife Ussaki rimase sposata con il «Padre della Patria» due anni, dal 1923 al 1925. Una donna colta, con una laurea in legge alla Sorbona e che morì dimenticata dalla Storia a Istanbul nel 1975. L'autrice, Ipek Çalislar, è attualmente sotto processo, rea secondo l'accusa di avere offeso la memoria di Atatürk con il suo libro. Rischia quattro anni e mezzo di carcere. Con lei è stato messo sotto accusa anche Necdet Tatlican, direttore del quotidiano Hürriyet, per averne pubblicato alcune pagine. Parlando con il Giornale, la scrittrice racconta la storia affascinante di questa donna, il difficile momento attraversato dal suo Paese e le donne turche, che vedono in Latife un modello da imitare.
Ipek Çalislar, com'è nata l'idea di scrivere un libro su Latife Ussaki?
«Per caso. Due anni fa mi hanno improvvisamente licenziata dal giornale dove lavoravo. Non avevo un’altra occupazione e cominciai a recarmi assiduamente in biblioteca. Un giorno iniziai a leggere uno degli innumerevoli libri pubblicati su Atatürk e vidi una foto di Latife. Mi chiesi come mai nessuno parlasse mai di lei. Io per prima non sapevo quasi nulla. Così avviai le mie ricerche, entrando anche in contatto con la sua famiglia. Sono stati mesi di scoperte continue».
Che tipo era la moglie di Atatürk?
«Straodinaria. Aveva tutto. Era bella, colta, intelligente. Era laureata in legge alla Sorbona e parlava otto lingue. Era una donna molto indipendente e piena di ideali. Partecipò in prima persona ai combattimenti della Guerra di Indipendenza. Nel 1923 si batté per il suffragio universale e fu fra le prime deputate della Repubblica turca».
Come conobbe il «Padre della Patria» e perché si lasciarono?
«Si conobbero a Izmir (Smirne) nel settembre del 1922. Atatürk scelse casa dei suoi genitori come quartier generale. Si innamorarono subito. A cementare la loro unione furono gli stessi ideali e la lotta per fondare una Turchia moderna. Ma avevano anche due caratteri molto forti, che si scontravano spesso. E poi nell’entourage di Atatürk c'era gente che non vedeva di buon occhio una donna così bella e potente. Le tensioni erano molte e il matrimonio finì. Ma rimasero in buoni rapporti e Latife dopo il divorzio condusse una vita ritirata anche per non nuocere all’immagine dell’ex marito. Non si risposò più».
Ma se Latife Ussaki fu una donna così straordinaria, perché la storia turca l'ha dimenticata?
«Spesso la storia con le donne è ingiusta e non solo in Turchia. Soprattutto se si tratta di personaggi incredibili come Latife. La cosa più triste è che dopo la morte di Atatürk ci furono persone che cercarono di infangare la figura della sua ex moglie, descrivendola come petulante e capricciosa e la gente cominciò a odiarla».
Adesso con il suo libro la verità è tornata a galla...
«Sì e sono felice perché Latife non meritava una fine del genere. Il libro ha venduto in due mesi 100mila copie. Ora abbiamo prodotto anche un dvd che uscirà fra pochi giorni e che racconta i momenti principali della sua vita. Ne hanno già prenotate 300mila copie. Nel dvd la parte di Latife è interpretata da una sua pronipote che le somiglia molto».
Come mai tanto successo?
«Credo che molte donne si siano riconosciute in Latife e nella sua battaglia per la libertà e l’uguaglianza. Per loro è come aver ritrovato un’amica che non vedevano da molto tempo. E poi è la nostra prima first lady, l'unica moglie di un uomo che nel Paese è ancora un mito. Le donne in Turchia combattono ogni giorno una guerra silenziosa per la parità dei diritti con gli uomini, come Latife fece a suo tempo. Ci sono stati dei miglioramenti ma abbiamo ancora molto lavoro da fare, non solo per i diritti umani ma anche per la presenza femminile nei posti di potere».
Per Latife Hanim lei ora si trova sotto processo. Che cosa ha dato fastidio del suo libro?
«C'è solo un passaggio contestato. Quando parlo di un tentativo di uccidere Atatürk ordito ad Ankara da alcuni traditori. Per salvare suo marito, Latife indossò il suo mantello e il suo copricapo e si mise di spalle alla finestra, per far credere agli attentatori che Atatürk si trovava nel suo studio. Lui invece fuggì indossando un chador, il velo islamico di cui lui aveva limitato l'utilizzo. Quando i cospiratori entrarono nella stanza trovarono Latife ad aspettarli. È un episodio sul quale gli storici preferiscono sorvolare. Il fatto che io ne abbia parlato ha dato fastidio».
Cosa succede in Turchia? Ha ragione di chi parla di rischio di deriva islamica e nazionalista?
«Credo che il nostro maggior problema sia la democrazia. Con una democrazia forte non ci sono rischi di nessun tipo. Ma purtroppo in Turchia hanno più volte cercato di limitarla».
La Turchia è pronta per entrare in Europa?
«Ci sta provando. Ci vuole tempo».
Martedì lei comparirà in tribunale. Pensa che verrà assolta come Elif Shafak e Orhan Pamuk?
«Più che altro lo spero. Ma sono ottimista».
A proposito di Pamuk, cosa mi dice del suo Nobel per la Letteratura?
«Che sono felicissima perché è uno dei miei scrittori preferiti e si meritava questo riconoscimento».
In Turchia non la pensano tutti così.
«Lo so. Le polemiche scoppiate dopo l'annuncio dell'assegnazione del Nobel mi hanno addolorata molto, soprattutto le critiche arrivate dagli altri scrittori».
Ha paura?
«L'unica cosa che mi fa paura è che il fanatismo possa prendere il sopravvento nel Paese. Cancellando tutto quello per cui Latife, Atatürk e migliaia di turchi hanno combattuto».