«Ho un segreto: salto a occhi chiusi»

nostro inviato a Helsinki

Peccato abbia trovato un fidanzato di recente. Sennò Yelena Isinbayeva avrebbe la fila alla porta. Bella, scanzonata, gradevole nel porsi, sorriso contagioso, occhi scintillanti. Quando vede una telecamera li fa brillare, aggiungendoci l’occhiolino. Isi è l’ultima regina dell’atletica, una ragazza di 23 anni entrata nella leggenda a forza di record. Il pubblico di Helsinki se l’è coccolata, come fosse una fidanzata: la fidanzata del mondo. Non c’è americana che le stia dietro, non c’è europea che le regga il velo, non c’è caraibica così spontanea. Ieri, quando Yelena è salita sul podio per ricevere medaglia d’oro e assegno da centomila dollari (quanto vale un record al mondiale), è stata ovazione da stadio.
La Isinbayeva è una donna che piace e vola alto. L’asta è un attrezzo a cui parla, con il quale prega e scala muri gradino dopo gradino. Ma nessuno, tranne il suo allenatore, sa cosa si dicano. Anche ieri, a precisa domanda ha risposto: no comment. E tanti saluti. Ortodossa figlia di padre musulmano, Yelena tiene molto alla sua discendenza cosacca da parte di madre. Il nonno ha combattuto contro l’esercito nazista per difendere Stalingrado. Il resto è effetto immagine: riceve una media di cento email al mese, proposte di pubblicità. Ma sono più quelle da cestinare. In un anno incassa quanto un giocatore di calcio di medio livello, diciamo intorno ai 3 milioni di euro. Si fa gestire da una agenzia di pubbliche relazioni, la Podium, che ha fra i suoi affiliati anche Gibilisco. E nella fantasia popolare è ormai una Bubka in gonnella. Sergey ogni volta sorride. «Per lei ha contato molto», racconta uno dei manager. E Yelena, quando guarda Bubka, strizza l’occhio. Come ieri. Le hanno chiesto: crede di battere i suoi record, arrivare a sei metri? E lei con grande indifferenza: «Battere Bubka? Certamente». Salvo poi raccontare con più convinzione: «Quest’anno conto di saltare 5,02 o 5,03». Senza sognare troppo. «5,20? Forse mai». Quando Yelena comincia la sua gara, le altre hanno già finito. Com’è successo anche qui. Ma ci ha fatto l’abitudine. Racconta: «Non è un problema. E nemmeno mi annoio. Mi concentro, chiudo gli occhi e aspetto. Penso al mio salto». Poi, quando li riapre, cerca lo sguardo del suo allenatore, in tribuna, che la guida come fosse un robot. Lo ha conosciuto a 14 anni, dopo aver lasciato la ginnastica: era troppo alta. Prima domanda: sai chi è Bubka? E lei: «Non conosco nessuna ragazza con questo nome». Poi ha imparato.