"Ho sfidato i pregiudizi e i divieti di papà: ha vinto la fisarmonica"

Oggi è un'apprezzata virtuosa, "ma da piccola a casa mi proibirono di suonare. Poi sono arrivata fino al Papa"

Le sue dita corrono veloci sul cantabile mentre la fisarmonica soffia un uragano di note. Ascoltare Sylvia Pagni mentre suona Il volo del calabrone di Rimskij-Korsakov aiuta ad entrare nel favoloso mondo dell'ultima virtuosa di uno strumento antico, la fisarmonica. «Quando la suono, vado in trance». La inventò, si dice, Leonardo da Vinci, poi la brevettò nel 1829 l'austriaco Cyrill Demian e da allora questo strumento complesso (due tastiere, ossia il «cantabile» a destra e il «manuale dei bassi» a sinistra, con in mezzo il mantice a iniettare aria) ha attraversato la musica popolare passando dalle feste di piazza ai concerti jazz. Quand'era piccola, a casa di Sylvia in Abruzzo arrivavano Gorni Kramer e Wolmer Beltrami, i veri sdoganatori culturali di questo sofisticato distillatore di note, e lei ne ha assorbito la passione. «Mio padre, che era musicista, mi disse: Non ti permettere mai di toccare quello strumento». Lei, che ora ha 45 anni, lo fece lo stesso e ne è diventata maestra. Ha frequentato il Conservatorio in tempi record (ha finito a 19 anni), ha studiato alla Scala e poi a Miami «perché volevo conoscere altri suoni, lo swing e il jazz». Oggi è la virtuosa più ricercata, l'ultima testimonial di uno strumento di cui «si parla poco ma che tutti amano quando l'ascoltano suonare».

Che mistero, la fisarmonica. Così evocativa, così legata alle nostre tradizioni. Una scelta inconsueta, specialmente per una donna. «Sono entrata al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma a dodici anni e poco dopo me ne sono innamorata. Dopo il divieto di mio padre, ho iniziato a studiarla da sola, facendo i primi esercizi». Il tipico percorso della passione che scaturisce, e si amplifica, dopo lo stop dei genitori. «Mi sono iscritta a un concorso, avrò avuto sì e no quindici anni. Era la Fisarmonica d'Oro di Ancona. Quando mi vide lì, papà non mi parlò per un mese. Lo vinsi. Poi arrivò una rivista dal Giappone sulla quale ero in copertina. Papà mi disse: Adesso devi studiare ancora». Non ha più smesso.

Giorni e giorni tutti uguali e legati alla pratica, alla vicinanza con un oggetto grande, pesante, affascinante. «Prima non bastava la giornata, ora posso studiare soltanto cinque o sei ore». Nel frattempo Sylvia Pagni ha diviso il palco con Riccardo Muti, Placido Domingo, José Carreras. Ha fatto decine, centinaia di concerti in ogni piazza e in ogni locale. Ed è pure passata dalla tv. «Ho fatto Scommettiamo che con Fabrizio Frizzi e poi quattro anni di Tappeto Volante con Luciano Rispoli. Lì ho conosciuto il grande Teddy Reno». Uno dei padri della nostra canzone l'ha aiutata nell'Avventura italiana, uno spettacolo teatrale che viaggia nella musica dagli anni Trenta a oggi, da Mamma son tanto felice a Nel blu dipinto di blu fino a Zucchero. Tutto in chiave jazz». A dare un colore in più a questo spettacolo è proprio lei, la fisarmonica. «È uno strumento raro per una donna. Tutte quelle che lo suonano lo fanno in modo folk, uno stile popolare vicino al liscio. Io cerco di portarla oltre». Come? «La fisarmonica è la mia migliore amica. Prima di ogni concerto le parlo, mi confido, la incito. E, quando la prendo per suonare, è come se entrassi in una dimensione parallela. Il mantice della fisarmonica diventa il mio respiro. So che è difficile crederlo ma, quando finisco il concerto, io non ricordo che cosa ho suonato. Me la sento addosso, è come se fossimo una cosa sola, mi viene istintivo». Dai chitarristi ai pianisti, è una sensazione tipica di chi affronta il proprio strumento come una emanazione di se stesso. «Però ad esempio il pianoforte è distaccato, la fisarmonica è parte di me e la sua musica è la nostra musica». E non ci sono limiti. Nessun divieto, niente barriere: Sylvia Pagni ha persino suonato (con Bobby Solo) il repertorio di Elvis Presley. «Per me Elvis è molto swing, l'ho studiato molto. E per i quarant'anni dalla sua morte abbiamo realizzato questo cd Elvis Live che è diventato un progetto internazionale».

Sarà per questo che Teddy Reno parla benissimo di lei: «E adora anche mia figlia Elisa, che canta e suona il pianoforte da quando ha quattro anni. Sono felicemente separata e l'altro mio figlio Giuseppe lavora in campo petrolifero. La deve sentire Elisa, si è persino esibita davanti al Papa». Anche la fisarmonicista Sylvia, che quando parla è gentile come arrivasse da altri tempi, è stata dal Papa: «Francesco ha benedetto la mia fisarmonica, gliel'ho chiesto quattro o cinque volte, eravamo emozionati e lui rideva. Tra qualche settimana gli porterò una fisarmonica Excelsior di Castelfidardo, il massimo per questo strumento». In fondo, la personalità di questa virtuosa che ama i riflettori soltanto quando è sul palco è contagiosa per chiunque ami la musica: «Teddy Reno mi ha presentato a Fedele Confalonieri dicendo: Sai, lei è una grande musicista. Allora Confalonieri si è seduto al suo meraviglioso pianoforte a coda e ha iniziato a suonare lo Studio opera 10 numero 12 dalla Caduta di Varsavia». Un capolavoro di Chopin. «Poi improvvisamente si è interrotto. Io ho preso il suo posto al piano, ho iniziato dove lui si era fermato e ho portato lo Studio alla fine. Ci siamo intesi subito, lui conosce davvero la natura della musica». Dopo quell'incontro, Sylvia Pagni ha ricevuto una proposta da Mediaset: «Ero quasi senza fiato quando è successo. Compongo del materiale che loro poi rielaborano. L'altro giorno mi hanno detto che alcuni servizi del Tg4 avranno la mia musica. Mi hanno fatto un grande complimento perché sono convinti che io abbia un approccio musicale simile a quello di Bacalov». E dire che dopo il Santa Cecilia, questa virtuosa aveva «semplicemente» iniziato a insegnare al Conservatorio di Teramo: «Poi ho vinto una borsa di studio per La Scala ma dopo poco non sono riuscita a fermarmi e mi è venuta voglia di crescere ancora e di esplorare. Per capirci, mi sarebbe piaciuto fare esperimenti strani e coraggiosi come suonare Chopin in chiave rock».

Sembra una rockstar, quando racconta i propri progetti. Ma nella realtà «non ho mai voluto mettermi troppo in mostra. Non mi faccio vedere nei posti che contano, mi tengo volutamente ai margini perché lascio parlare la mia musica. Il tempo che ho per me è dedicato allo studio, alla composizione, all'esercizio». E lo studio è soprattutto di quello strumento che l'ha resa una primadonna in Italia: la fisarmonica. «Una volta studiavo tutto il giorno, ora non è più possibile. Ma, quando imbraccio la fisarmonica, è come se entrassi in un mondo tutto mio che magicamente condivido con chi mi ascolta. Una sensazione che, inevitabilmente, esalta ogni mia nota».

Commenti
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Contenextus

Gio, 08/02/2018 - 11:30

Si deve dedicare al jazz, che è la vera libertà musicale.