«Ho sfondato tardi ma ora salto da un set all’altro»

L’attore è protagonista di «Liberi di giocare» (domenica su Raiuno) per il quale è stato premiato, poi lavora con Spike Lee e prepara «Di Vittorio»

da Roma

Con quella faccia un po' così, tratti marcati, naso da boxeur e zigomi spigolosi, Pierfrancesco Favino non è propriamente quel che si dice un bello. Almeno secondo i canoni patinati di certa fiction. Eppure: il crescente successo popolare (da Bartali a Romanzo criminale) e l'incondizionata stima dei colleghi (che in recenti sondaggi lo eleggono «miglior attor giovane italiano») ribadiscono: proprio con quella faccia un po' così, Favino è un protagonista nato. Ultima conferma il premio quale miglior attore al Festival della Fiction di Roma, vinto con Liberi di giocare: la fiction che domenica e lunedì prossimi Raiuno trasmetterà in prima serata.
«Per almeno otto anni il mio agente m'ha ripetuto: calmo, prima o poi arriverai - sorride lui, "arrivato" a 34 anni -. Certo: se sei bello fai il ventenne che piace alle ragazzine; se sei brutto puoi fare solo l'amico simpatico. Però ci sono attori bellissimi rovinati dalla loro avvenenza. Mentre avere una faccia di gomma può essere una garanzia. Almeno dal punto di vista dell'Empals». Forse, considera il brutto ma bravissimo Favino, «la bellezza sta davvero nella verità che sai esprimere. Così oggi, dopo quindici anni di gavetta, rido pensando che per qualcuno sono un sex symbol. La verità è che non posso fare e non farò mai un ruolo da rubacuori. O da romanticone. Diciamo che sono adatto a personaggi più contrastati; che poi sono quelli che mi piacciono di più. E che forse hanno la mia faccia».
Contemporaneamente impegnato sul set italiano di Miracle at St. Anna, di Spike Lee (dove interpreta il ruolo di un capo partigiano) e della fiction di Giuseppe Di Vittorio (nei panni dello storico sindacalista), l'apprezzato attore diventa con Liberi di giocare un noto ex calciatore di serie B, che la sorte porta ad allenare una squadretta di detenuti nello stesso carcere in cui si trova il fratello (Edoardo Leo), e che è diretto dalla donna di cui finirà per innamorarsi (Isabella Ferrari). «Forse è facile dire che questa storia offre un esempio dei valori veramente positivi del calcio, in un momento in cui se ne hanno solo di negativi - considera Favino -. Ma Liberi di giocare non è solo questo. È anche una riflessione sulla facilità con cui ignoriamo che la vita dei detenuti non è stata sospesa: anche dietro le sbarre continuano a vivere, a desiderare, ad amare. Chi è “dentro”, colpevole o innocente che sia, vive un tempo differito, uno spazio limitato; ma continua a vivere. E dobbiamo consentirgli una vita degna di questo nome». Per Isabella Ferrari, che ha voluto conoscere un'autentica direttrice di carcere, in un istituto di pena vicino a Firenze, è importante sottolineare anche «l'umanità di chi segue queste persone, cercando di mantenere intatta la propria umanità. Ho cercato di disegnare quindi una direttrice che rimane pur sempre una donna. In un personaggio - sottolinea l'attrice (attualmente impegnata in Un giorno perfetto, di Ferzan Ozpetek) - che nella ricerca dell'impegno senza la diminuire la propria femminilità, assomiglia molto a quel che sono io stessa».
L'esperienza con Spike Lee si sta rivelando invece, per Favino, «sorprendentemente italiana. Nel senso che non noto, come notano i miei colleghi al lavoro coi grandi di Hollywood, una differenza fra lo stile nostrano di far cinema e quello americano. Questo stesso film è, in fondo, molto italiano». Particolarmente orgoglioso del contemporaneo ruolo del sindacalista Di Vittorio («che sostengo spostandomi continuamente da un set all'altro»), l'attore coltiva infine un sogno: «Sto pensando con alcuni colleghi della nuova generazione, come Accorsi e Santamaria, di fare un Checov in teatro: zio Vania. Oggi nessuno lo ricorda: ma io ho studiato all'Accademia, ho debuttato con Ronconi. Quando avrò lo stesso successo anche in teatro, allora sarò davvero felice».