"Ho tentato di uccidermi: non avevo più le boutique ma solo debiti milionari"

Vittima di usura e di stupro, caduta sull'orlo del suicidio e tornata a vivere per combattere gli strozzini

Terni. È una storia lunga e dolorosa quella di Franca De Candia, vittima di usura e di stupro, caduta sull'orlo del suicidio e tornata a vivere per combattere gli strozzini. Gli inizi risalgono agli Anni 90 ma queste sono ferite che non si rimarginano mai. Gli strascichi nelle aule dei tribunali per chiedere giustizia non conoscono ancora fine. Le conseguenze delle violenze subite non si dimenticano. Gli sforzi per aiutare chi cade nelle stesse trappole sono estenuanti. E ci si mettono anche le malattie che una vita di stress non può tenere lontane.

Aveva cinque negozi di abbigliamento in Umbria, terra d'adozione in cui Franca De Candia si è trasferita dalla Sardegna. Tredici dipendenti. In un momento di emergenza, dopo che una banca aveva chiesto di rientrare da un fido, chiese un prestito agli usurai per non subire un protesto. Sperava si accontentassero del 10% ma gli interessi salirono. La commerciante salta da uno strozzino all'altro per saldare il conto. Si fa presto a precipitare nel gorgo e restarne prigionieri. Gli interessi toccano il 400 per cento.

La donna presenta una denuncia. Era convinta che lo Stato l'avrebbe tutelata. Gli strozzini lasciano che le acque si calmino. Dopo un anno e mezzo la banda decide una vendetta orrenda. Tre uomini seguono la commerciante in auto, la speronano, la costringono a seguirli e la violentano. Minacciano di abusare anche delle figlie. «I debiti si pagano», le intimano. De Candia prova invano a restituire il prestito. Un giorno, dall'altro lato della strada, le ricordano che cosa potrebbe capitare. «Mi sono sentita colpevole anziché vittima», ricorda oggi. Decise di farla finita con un cocktail di barbiturici. Venne salvata per miracolo dopo 15 giorni di coma.

Dal risveglio la battaglia contro estorsori e usurai diventa la sua nuova vita. «Venne in ospedale a trovarmi il prefetto di Terni ricorda De Candia -. Mi disse: se non l'hanno voluta di là è perché c'è tanto da fare di qua». La donna fonda l'Associazione nazionale vittime dell'usura, tuttora riconosciuta dal ministero dell'Interno. Riceve premi e riconoscimenti. Si spende senza risparmio perché sa quanto sia difficile vincere la vergogna: «Rimane anche dopo trent'anni», confessa.

La vita non sarà mai più la stessa, anche per il solo fatto che una banca non aprirà conti correnti a uno che ha bussato dagli strozzini. E poi ci sono i tempi della giustizia: «Il mio processo è durato 17 anni, l'usuraio ha avuto una condanna a 5 anni e mezzo ma non so quanti mesi di carcere abbia fatto. Però posso dirmi fortunata perché ci sono reati di usura che hanno una prescrizione breve. E intanto perdiamo tutto perché per ottenere un risarcimento occorre ancora più tempo nel quale loro possono mettere tutto al sicuro».

Commenti

ORCHIDEABLU

Mer, 11/10/2017 - 10:39

BASTAVA VENDERE O CHIUDERE 1 O PIU' BOUTIQUE.MEGLIO LE BANCHE DI SICURO CHE CHIEDERE PRESTITI AD ALTRI.

mariod6

Mer, 11/10/2017 - 11:22

Non è che per caso, dal cravattaro la ha indirizzata un funzionario o un impiegato della banca che ha chiesto il rientro ???