"Ho ucciso io Crisafulli, era un infame"

Preso il killer di Quarto Oggiaro. Donato Faiella, 62 anni pluripregiudicato, confessa l’omicidio del boss
conosciuto in carcere La polizia l’ha arrestato mentre andava al bar,
fondamentale la testimonianza di una donna

Seduto davanti alla scrivania di Francesco Messina, capo della mobile, Donato Faiella sembra più vecchio del suoi 62 anni: poco più di 1.60, minuto, pantaloncini corti, «mangiato» dai 25 anni trascorsi in galera. Si limita a un «Francesco l’ho ammazzato io, era un infame, come tutti i Crisafulli» poi zitto.
Faiella, il «Ringo della Comasina» appartiene alla vecchia mala milanese, ha infranto un po’ tutti gli articoli del codice penale, dalla bestemmia ai furti. Negli anni ’80 riceva una bella bastonata per il sequestro di Simonetta Lorini, figlia di un imprenditore milanese, poi liberata. Droga no, anche se una volta gli trovarono una bustina di eroina: «Uso personale» e non una parola di più, come suo carattere. Nei lunghi periodi trascorsi a San Vittore conosce i Crisafulli: Biagio detto «Dentino», il vero pezzo da Novanta di questa famiglia siciliana, 66 anni da scontare, Alex, un ergastolo sul gobbone, e appunto Francesco, 57 anni, balordo di piccolo cabotaggio. Li definisce «infami» termine che nella mala significa spione. Forse nel periodo in carcere qualche Crisafulli s’è «venduto» Faiella agli agenti.
Scarcerato nel 2003, «Ringo» rientra a Quarto Oggiaro e va ad abitare in via Amoretti. Solo, perché il figlio vive per conto suo e lui una compagna non la vuole. Finisce con inselvatichirsi ancora più. «Sono un lupo solitario» spiegherà scontroso a Messina. E il ritorno in libertà di Francesco Crisafulli nel 2005 non migliora le sue relazioni sociali. Anzi ritiene che l’antico nemico gli impedisca di trovare un lavoro. Non gli tributa la giusta considerazione, anzi lo prende spesso in giro. In altri termini gli manca di rispetto. L’unica cosa rimasta a Faiella.
Rimugina per due anni il da farsi, e martedì sera decide di regolare i conti. Infila una calibro 9 nella cinta ed esce: lascia via Amoretti, imbocca via Pascarella, seconda traversa via Satta, bar «Quinto». Qui trova la vittima, altro «solitario», vive infatti solo dopo la separazione dalla moglie inglese che gli ha dato un figlio. Non gli lascia il tempo di fiatare, estrae la pistola a preme il grilletto. I proiettili feriscono accidentalmente Agostino Corvo, 53 anni di Belluno, a un braccio, e Hoxha Skelqim, albanese regolare di 34 anni, a una gamba. È invece voluto il colpo al torace a Nicola Brunetti, tabaccaio di 56 anni originario di Murge in provincia di Bari: è amico e sodale di Crisafulli e tanto basta. Ma è proprio su Francesco che si accanisce la rabbia di Faiella gli tira quattro colpi, l’uomo rotola a terra, l’assassino gli è sopra e gli spara l’ultimo proiettile in faccia. Poi infila la pistola nella cintola e si allontana. Non va molto lontano, rimane in zona, dove non lo dirà neppure sotto tortura.
L’altra sera poco dopo le 19 viene intercettato in via Longarone, dietro Amoretti, mentre si sta infilando al suo solito bar. Gli agenti gli saltano addosso, lo immobilizzano e lo sbattono in macchina. Davanti agli occhi di una donna che chiama il 113: «Ho visto l’assassino di Crisafulli, lo stanno rapendo». «Questa è la prova che a Quarto Oggiaro non c’è poi quell’omertà che si temeva, del resto Faiella era stato subito indicato e senza tentennamenti dai testimoni della sparatoria» commenta ora Messina. «Ringo» torna a San Vittore, forse l’unico mondo che gli è rimasto familiare e dove, con una accusa di omicidio premeditato e triplice tentato omicidio, con ogni probabilità finirà i suoi giorni.