«Ho ucciso Van Gogh nel nome di Allah e lo farei di nuovo»

«Se tornassi libero taglierei la testa a chiunque insulta l’Islam e il suo profeta», dice in tribunale l’estremista musulmano che ha ammazzato il regista olandese

Elo Foti

«Mi assumo la piena responsabilità del mio gesto, voglio dirvi che ho agito in nome della mia religione. Non l’ho ucciso perché era olandese o perché io sono marocchino, ma poiché mi sono sentito insultato. La mia mano è stata armata dalla convinzione, non dall’odio. Taglierei la testa a chiunque insultasse Allah o il suo profeta. Se un giorno mi ritrovassi in libertà, ripeterei ciò che ho fatto». Così ha parlato ieri Mohammed Bouyeri, il giovane fanatico musulmano che, il 2 novembre scorso, assassinò nel centro di Amsterdam Theo Van Gogh, regista e discendente di Vincent, il grande sognatore della tavolozza. Una breve dichiarazione quella che Bouyeri ha rilasciato nell’aula del tribunale di Amsterdam, dove lunedì si è aperto il processo che lo vede imputato di omicidio e di tentato omicidio di passanti e poliziotti ai quali sparò dopo avere ammazzato Theo, che il 23 di questo mese avrebbe festeggiato il quarantottesimo compleanno.
Il 23 luglio 1957, all’Aia, sorrideva la signora Anneke tenendo tra le braccia quel bimbo paffuto che, diventato adulto, si sarebbe dato alla cinematografia e alla droga. Un figlio difficile, ma sempre affettuoso. E ieri, in aula, c’era anche lei, la mamma. Voleva vedere in faccia quel giovane che l’aveva privata del piccolo da lei partorito, del sangue del suo sangue, prima crivellandolo di proiettili di pistola, poi conficcandogli il pugnale nel petto già insanguinato e infine tagliandogli la gola, ignorando le richieste di pietà della vittima, supina e agonizzante su un marciapiede, accanto alla bicicletta con cui stava andando al lavoro; negli occhi l’ultimo cielo dell’amata città.
Bouyeri, nato 27 anni fa ad Amsterdam da una coppia immigrata dal Marocco, parla l’olandese meglio dell’arabo. Ha frequentato le scuole dei Paesi Bassi, mangia patate e frikadellen come un qualunque verace olandese, ma tale non è. Le sue radici si sono sviluppate e avviluppate sull’istruzione ricevuta nel Paese di Erasmo da Rotterdam, di Spinoza, di Grozio, strangolandola, annullandola. Il giovane olandese-marocchino rappresenta il fallimento del processo di integrazione, la serpe che gli eurocristiani rischiano di allevarsi in seno.
Mohammed ha fissato intensamente mamma Anneke e, gelido, le ha detto: «Signora, lei è un’infedele, dunque non condivido il suo dolore. Non so che cosa significhi perdere un figlio che è stato dato alla luce tra lacrime e sofferenza. Mi rendo conto che il mio comportamento sia di sfida nei suoi confronti e in quello di altri. Mi auguro, signora, che lei possa trovare conforto nel massimo della pena che dovrebbe essermi inflitta. Sarei un codardo se in quest’aula approfittassi delle norme che agevolano gli imputati, se rifiutassi di parlare e tentassi di evitare la condanna più pesante»: l’ergastolo, che nella iperliberale Olanda viene comminato con parsimonia, ma che quando arriva è come se i secondini buttassero le chiavi negli abissi del cupo Mare del Nord.
Con le sue dichiarazioni, l’imputato ha sorpreso tutti. Lunedì, all’inizio del dibattimento, aveva annunciato che non avrebbe parlato né si sarebbe avvalso dell’avvocato d’ufficio che gli era stato assegnato. Ieri si è ripresentato indossando una kefiah palestinese, la jellabah (tunica magrebina) e tenendo il Corano in mano, lo stesso libro sacro che lo ha indotto a «giustiziare» van Gogh, il quale aveva realizzato un cortometraggio, Submission, nel quale si denuncia la condizione di inferiorità imposta alla donna nel mondo musulmano. La pellicola mostra un corpo femminile in stato di sottomissione sul quale appaiono brani del Corano che sanciscono il declassamento della compagna dell’uomo. La sceneggiatura è opera della signora Ayan Hirsi Ali, una deputata liberale olandese, musulmana di origine somala, che ora vive sotto scorta perché gli estremisti musulmani hanno minacciato di uccidere pure lei.
Bouyeri ha parlato dopo che il pubblico ministero, Frits van Straelen, aveva pronunciato la requisitoria conclusa con una richiesta di ergastolo. «La posta di questo processo - aveva detto - è la pacifica convivenza nel nostro Paese, la libertà di espressione, la tolleranza. Con l’assassinio di Van Gogh, premeditato, la religione si trasforma in terrorismo e fa vacillare la struttura politica, economica, sociale dello Stato».