«Ho vissuto tre mesi da detenuta per capire come si sta rinchiusi»

Ha vissuto tre mesi da detenuta per dimostrare quanto sia difficile per chi ha passato l’esperienza del carcere riprendere una vita normale. O almeno provarci. E quando è tornata a casa si è sentita un po’ più sola. È la straordinaria esperienza di una psicologa genovese, Lorena Capilleri, che nell’estate del 2006, a trentasette anni, ha vissuto l’esperienza della detenzione in una comunità di recupero in Sardegna, in mezzo a prostitute, spacciatori e tossicodipendenti e anche persone condannate per omicidio, ormai a fine pena. «Il Samaritano», la comunità fondata da don Giovanni Usai, cappellano militare nel carcere di Isili, è ad Arborea, nelle campagne del Sassu. Abbastanza lontana affinché nessuno possa riconoscere un infiltrato. Grazie a un accordo tra l’Università e il Ministero dell’Interno la psicologa ha potuto inserirsi tra gli altri detenuti, in tutto una quarantina, e avvicinarli per una ricerca che probabilmente sfocerà in due libri. Uno più accademico sulle modalità di detenzione e di recupero, e l’altro un diario personale, scritto a caldo subito dopo il rientro a Genova, dove l’attendevano un marito e un figlio di tredici anni. «Il lato umano è quello che ho sentito di più», esordisce Lorena, bionda dai tratti morbidi, una dolcezza infinita nella voce e un carattere d’acciaio che l’ha fatta sopportare senza cedimenti un’esperienza che avrebbe piegato tanti altri. Lorena voleva farlo e l’ha fatto. Contro tutti e contro tutto. Anche a dispetto di chi l’avrebbe voluta trattenere a casa.
«Sono partita con un borsone e quattro cose dentro raccolte a caso - racconta con l’emozione intatta di quel difficile debutto -, e come fossi uscita a piedi dal carcere di Marassi con nulla o quasi con me, mi sono imbarcata su una nave sono arrivata in Sardegna. Lì, al porto mi è venuto a prendere Giovanni Caparelli, l’uomo che dirige il centro». Ex detenuto anche lui, Caparelli è di origini liguri, ha scontato una condanna di 17 anni per un omicidio passionale e ha vissuto gli ultimi tre anni - graziato da un permesso per buona condotta - da don Usai. Oggi è l’uomo che più di tutti incarna la verità della riabilitazione. Direttore della cooperativa che sostiene la comunità con il lavoro agricolo e zootecnico è il braccio destro di don Giovanni Usai.
L’ingresso
A prima vista «il Samaritano» è una fattoria qualsiasi, senza steccati né recinzioni. «Un cancello chiuso per metà all’inizio del viale rivela la natura del luogo - spiega Lorena -, chi entra deve rispettare le regole, altrimenti se ne va. Ma chiude anche con il percorso di riabilitazione, resta un ex detenuto che difficilmente troverà una nuova collocazione, più facilmente tornerà a delinquere». È successo a Fatia, marocchina di 36 anni, compagna di stanza di Lorena insieme a Florence, nigeriana di trentadue anni. Prostitute che non sono riuscite a troncare i rapporti con i loro carnefici. «Lui, un sardo, la chiamava e Fatia spariva anche due o tre giorni per seguirlo e obbedire agli ordini - racconta Lorena -. Ma anche quando tornava con lo sguardo scuro e fiero allo stesso tempo non le si poteva chiedere niente. Io, almeno, non potevo. La regola era la stessa per tutti, una regola mai dichiarata, ma sempre rispettata: io non ti chiedo e tu non chiedi a me». Lorena, per evitare di trovarsi in difficoltà, si era inventata un passato detenzione nel carcere di Marassi per contraffazione e truffa. Credibile. «Bella Genova, c’è il mare come qui», le aveva risposto un ragazzo che le aveva chiesto da dove venisse. Ma neanche una parola sulla detenzione, sulla pena scontata. Niente. Omertà.
Sveglia all’alba
Una camera a tre letti e un armadio: due sono donne che hanno visto il peggio, la terza è Lorena. Non c’è bisogno di molto per chi si alza alle 4 e mezza del mattino per andare nei campi a raccogliere pomodori. Lei, psicologa abituata alle ricerche bibliografiche, si è ritrovata con la schiena rotta dalla fatica. Senza un lamento. «Come gli altri mi alzavo all’alba e andavo al lavoro: ognuno faceva quello che era nelle sue possibilità. Io per un po’ ho retto, poi non ce l’ho fatta più e sono andata a lavorare nelle serre. C’era un caldo terribile, ma almeno stavo in piedi e la fatica era sopportabile». Poi i pasti, consumati sempre nello spirito della comunità. «Io prima ero abituata a mangiare un toast a mezzogiorno al volo, dove capitava, tra un appuntamento e l’altro, e abituarmi a mangiare tutti insieme, magari parlando anche delle nostre esperienze non è stato facile. Anzi. Per me era una tortura».
Con le prostitute
Fatia e Florence hanno la faccia di chi non ha più niente da perdere. Hanno già perso tutto. Chiara ha trent’anni ed è al settimo mese di gravidanza. L’opera di avvicinamento di Lorena agli altri detenuti non è facile. C’è il rischio di scoprirsi perché nessuno viola la regola del «niente domande». «Le altre erano impenetrabili, specialmente le nigeriane - racconta - erano addirittura in un blocco di stanze lontane dalle due ali principali destinate all’ospitalità, in una specie di piccolo villaggio tutto loro, dove la comunità tribale da cui erano state strappate poteva essere virtualmente ricostruita. Mangiavano secondo ritmi loro, parlavano il dialetto loro». Una regressione messa in opera per dimenticare.
La scoperta dell’orrore
«È stato quasi per caso che ho scoperto quello che nemmeno immaginavo esistesse - prosegue Lorena -, le docce erano in comune con le altre ragazze e senza volere ho visto i loro corpi martoriati dalle violenze e dalle sevizie subite. Essere prostitute nella nostra società significa sottostare alle leggi degli schiavisti. Leggi inumane, che possono arrivare a scegliere una ragazza per farla massacrare di botte fino a ucciderla e filmare il tutto per vendere il video agli “appassionati”». Lorena ascolta il racconto di una ragazza la cui sorella è stata uccisa così, sparita nel nulla. Poche parole, la sofferenza si legge negli sguardi, c’è tanta «comunicazione indiretta» la chiama lei. L’indifferenza, invece, fa sentire queste donne ancora più sole, più spaventate, ma non è facile entrare in confidenza. «Solo Chiara, che aspettava un bambino, si è fatta avvicinare da me - continua - perché era preoccupata e allora sono riuscita a ispirarle fiducia dicendole che anche io sono mamma e cercando di rincuorarla».
Senza telefono
Tre mesi e una telefonata sola a casa. Nella comunità tutti possono avere il cellulare e mantenere contatti con l’esterno, anche se, a seconda del tipo di permesso concesso dall’amministrazione carceraria, ci sono restrizioni. Lorena se le impone da sola e cerca di non far scoprire la propria identità. «Ho chiamato una volta cercando di non farmi scoprire - ricorda - mio figlio aveva il mio numero di telefono e sapeva che avrebbe potuto rintracciarmi in caso di necessità. Non lo ha fatto: è un adolescente molto responsabile e sa che sua mamma ha un lavoro che la porta qualche volta lontano da casa». Passano le settimane e Lorena entra nella parte dell’ex detenuta con l’anima. Senza riserve. «Mi sentivo parte di una comunità, partecipe di un progetto e ho capito quale sia il ruolo di cooperative come quella di don Usai che danno una nuova possibilità».
Don Giovanni Usai
«Sono povero come i miei detenuti, ho deciso quindi di ospitarli a casa mia», ha detto il sacerdote, convinto che la criticità del mondo contemporaneo non sia tanto la mancanza di mezzi, quanto quella di fratellanza, amore. Dal 1999 nella comunità di Arborea vivono una quarantina di persone per volta, ex detenuti originari di ogni parte del mondo che mettono anche da parte antipatie di razza per vivere in perfetta comunità. C’è chi alla fine si rifà una vita e chi torna a quella disgraziata di prima, ma tutti sono invitati ad allontanarsi soltanto quando si sentono pronti per farlo, senza forzatura alcuna. Liberi.
Diffidenza e paura
«Sono sempre stata serena, non ho mai avuto paura, ma ho dovuto vincere il muro di diffidenza che avevo intorno a me, e che, ho notato subito, si alza intorno a tutti quelli che entrano per la prima volta al Samaritano - racconta Lorena -. Ho lavorato anche in biblioteca, accanto ad altri detenuti, e una volta un ragazzo mi ha chiesto da dove venivo. «Dal carcere di Genova, ho risposto. E lui mi ha detto, “bella Genova, c’è il mare” come se l’unico dato interessante fosse per lui quello, non certo il motivo della mia condanna».
Il ritorno a casa
Sta per finire il racconto dei suoi tre mesi da detenuta e a Lorena si inumidiscono gli occhi. C’è la tristezza di quel momento che avanza. Reale come se fosse oggi. Come reale è stata l’indifferenza di molti che si è sentita sulla pelle. «Tornare a casa è stato difficilissimo, mi ero abituata a vivere in pochi metri, con quattro cose, e mi sono ritrovata nel mio grande salotto, seduta sul divano con le mani in grembo a guardare la finestra assolata. Lo spaesamento è stato totale, il senso di appartenenza che avevo sperimentato nella comunità mi mancava. Non è stato facile. Nemmeno con mio figlio accanto». Lorena se n’è andata senza svelare mai la propria identità. Non sarebbe stato possibile. Il rapporto di fiducia della gente con la comunità stessa sarebbe venuto meno. «Ma non ho potuto fare a meno di informarmi con Caparelli sulle mie compagne di stanza, sulle ragazze che avevo conosciuto. Purtroppo sono tornate sulla strada...».
Il futuro
«Non sarò mai più la stessa, non lo sono più stata, anche la mia vita personale e familiare è cambiata dopo quell’esperienza», confessa Lorena. «Ma sono contenta di averla fatta, mi ha arricchito in maniera straordinaria...», continua e si capisce che non si parla soltanto del profilo professionale. I primi giorni dopo il ritorno Lorena li ha trascorsi scrivendo fiumi di pagine di ricordi, finché erano più vivi, riguardando i disegni fatti dai detenuti. Li ha trascorsi a pensare che la vita, a volte, ti riserva delle sorprese. E che per uscire dal carcere serve l’accoglienza e l’amore. Come per vivere fuori.