Ho visto Maradona, ma era quello finto

nostro inviato a Venafro (Isernia)
È il venticinquesimo minuto del secondo tempo. Esce Diego Armando Maradona ed entra Minauda, dai gradini di cemento arriva una manciata di applausi. C'è un cielo di ghiaccio e la fredda sensazione che qui il Natale sia un sogno all'incontrario. Venafro è mozzarelle di bufala e olio denso e forte, la strada principale sembra una fiera di prodotti tipici molisani, c'è un bar che si chiama Roxy e facce maledette, le ragazze mettono gli stivali nei jeans, camminano con il sedere basso e i capelli rosso amaranto evocano le Winx. Poi intorno ci sono le montagne. Qui non sei né Campania né Abruzzo e anche il dialetto è ibrido. Quando chiedi dove si va per lo stadio, ti rispondono che per il campo sportivo basta girare dopo il semaforo a destra. C'è anche il palazzetto polivalente. Ci gioca la Scarabeo, squadra di basket. Accanto, proprio accanto, c'è il campo, una targa dice che è dedicato al marchese Del Prete. Qui gioca Diego Armando Maradona, figlio di Cristiana Sinagra e di un uomo che ha accarezzato il mondo con il suo piede sinistro. È il figlio ripudiato, il figlio della legge e dei tribunali, il figlio senza padre. È il debutto con il Venafro, maglia rosa nero come il Palermo.
La serie D è il calcio di confine, ci puoi restare una vita bruciando tutti i sogni e non arrivare mai. Finisci in qualche bar a raccontare spezzoni di gol che nessuno ricorda o a maledire un legamento crociato andato a puttane proprio il giorno in cui ti voleva l'Ascoli. Sei un calciatore di passaggio, quelli che a 30 anni sono già vecchi, sei uno che ci ha provato ed è andata male. Ma se hai 21 anni e sembri, nel volto, negli occhi, nei passi, quasi una leggenda, allora fai in tempo ancora a giocarti tutto. Nel girone di Maradona le squadre si chiamano Olimpia Agnonese, Centobuchi, Cologna Paese, Boiano, Lucocanistro. C'è anche un mezzo blasone decaduto, come il Campobasso. Ma per il debutto arriva il Grottamare e la maglia a strisce verticali bianche e azzurre ricorda l'Argentina di una ventina d'anni fa. Ed è quasi una beffa.
Maradona ha il fiato corto. Non gioca da un mese e mezzo. Il suo procuratore lo ha portato qui per ricominciare a duemila euro al mese, dopo la sbornia di Campioni, per farlo sentire un calciatore normale, uno che non deve nulla al padre e sa che il destino non è tutto in un nome. Diego tocchetta e gioca davanti alla difesa, sui contrasti è debole, ma vede il gioco, apre, spariglia, cerca il lancio. Non è un fuoriclasse, ma qui accanto a gente che si chiama Esposito e Patriciella si nota. Quando prende palla sulla propria trequarti, a sinistra, e scende in dribbling quasi ci speri. Due, tre avversari saltati, l'ingresso in area e un difensore che non ha nulla di inglese gli taglia la strada e lo ferma. No, questa azione non passerà alla storia.
Maradona gioca con il numero 4 ed è una nota non banale nel copione. Il 10 si muove sulle spalle di Keita, un ragazzo che viene dal Mali. Quando chiedi a Diego perché, lui ti guarda, sorride e non ci casca: «Hai mai visto un mediano giocare con il 10?». Il 4 è un numero saggio. È il timbro della saggezza. Metti i piedi per terra e riconosci te stesso. Quando lo indossa un ex fantasista vuol dire che non ha più voglia di inseguire chimere. È il numero del disincanto, è il numero granata del Chino Recoba, un altro che per troppo tempo ha vissuto di mezze stagioni, di promesse mancate, di rose non colte. Se metti il 4 cerchi la terra ed è il modo migliore per ricominciare. Qualcuno, come Pirlo, con il suo quattro ideale, si è scoperto gigante. Diego dice che è qui per correre e faticare. Il padre era un'altra storia. E non importa che il Grottamare segni un gol e poi un altro, lui fa quello che deve fare, non tocca a lui sovvertire le partite. Nessuno ha mai chiesto a De Napoli o a Bagni di regalare ai napoletani una fede. Non è per loro l'altare e neppure la polvere. Quella che Diego padre ha sniffato e calpestato, quella che fa nebbia e rumore quando un Dio cade. Nessuno a Venafro chiede miracoli al figlio di Dio. Dicono che è bravo, dicono che è qui da poco e si vede che ancora non ha fiato, dicono che la squadra deve salvarsi e lui può dare geometrie e concretezza. Per ora è andata così. Il Grottamare ha vinto due a uno e il Venafro si macera in zona play out.
L'allenatore è Corrado Urbano, uno che negli anni '80 ha giocato con l'Empoli e il Cesena, tra i suoi compagni di squadra c'era Walter Mazzarri, che ora ha a che fare con Cassano. Ma quello - dice Diego - è un altro mondo. «Questa è la mia vita e comincia per D». Diego Armando Maradona è nato nel 1986. È l'anno in cui il padre raccontò urbi et orbi la magia del calcio in undici tocchi. E l'anno della mano di Dio. Quante volte hai visto quel gol, Diego: «Più di undici». Hai sentito tuo padre? «No. Sono contento che mi abbia chiesto scusa, ma lui nella mia vita non è importante. Ho mia madre, i miei nonni. Non mi è mai mancato nulla. E non sono l'unico al mondo abbandonato dal padre. Si va avanti lo stesso. Un nome non è nulla». Diego Armando Maradona dice che quest'estate andrà in Argentina. Come un qualsiasi turista. «Non vado a cercare il mio numero 10».
Vittorio Macioce