HOBO Quei trovatori a stelle e strisce

In quattro libri rivive il mondo dei folksinger vagabondi. Che oggi a volte vestono Versace...

Fino ai primi anni ’60, un musicista con tanto di chitarra acustica a tracolla, abbigliamento trasandato e voce querula o, peggio ancora, arrochita da anni trascorsi a suonare e bighellonare in bettole fumose e lerce e a viaggiare su mezzi di fortuna, veniva facilmente etichettato come hobo, sostantivo che in realtà indicherebbe in maniera più generica un lavoratore itinerante che spesso si muove senza biglietto a bordo di treni. Una figura che negli anni ha assunto un’aura quasi mitica, forse perché celebrata da alcune delle voci più autorevoli della letteratura, della musica e del cinema d’oltre oceano.
Ma la figura dell’artista itinerante, dell’uomo senza radici, senza una destinazione chiara e, a volte, senza neppure una provenienza precisa, ha sempre occupato uno spazio privilegiato nell’iconografia a stelle e strisce. Lo sapeva bene Bob Dylan, al secolo Robert Allen Zimmerman, che giunse a inventarsi un passato mai avuto, millantando episodi solo favoleggiati e frequentazioni quanto meno sospette. Dylan conosceva bene i ritmi dell’hobo, del trovatore itinerante, senza peraltro averli mai realmente vissuti in prima persona. Ma, da individuo lungimirante e creativo quale era, capì che quella figura fino a poco tempo prima oggetto di scarsa considerazione, ben presto avrebbe rappresentato un punto di riferimento, anzi, un punto di approdo per molti giovani americani stanchi della massificazione di una tradizione popolare che in realtà era imbevuta di valori culturali squisitissimi. Insomma, bastava fare di un abito liso e fuori moda un sofisticato doubleface. In una parola, reinventarsi.
Se cercate una smitizzazione di tale figura nel Diario del Rolling Thunder (Cooper, pagg. 196, euro 18) di Sam Shepard, uscito negli Usa nel 1977 e che ora arriva in Italia, forse resterete scontenti. Immaginatevi un cowboy che abbia studiato alla Sorbona di Parigi, un vaccaro dalle letture e dalle maniere eleganti. Se a compilare il diario della «Rolling Thunder Review» fosse stato un semplice giornalista, forse il valore della testimonianza un po’ stralunata di una tournée bizzarra e bohémien, con tanto di gitani e saltimbanchi, sarebbe diverso. Ma fu Dylan stesso a volere Sam Shepard per ricavarne una specie di film-documento. Non aspettatevi dunque una cronaca dettagliata degli spostamenti di quel folle carrozzone di guitti. Ci sono buchi e sovrabbondanze. C’è persino un riferimento alla notizia dell’assassinio di Pasolini. E poi c’è l’ombra scomoda del gigante del Minnesota. «Dylan è un magnete. Attira non solo le folle ma anche le superstar». Non mancano suggestive istantanee in bianco e nero scattate nel retropalco, nelle pause del tour, alla mensa.
Se siete convinti che fare la rockstar sia dura, pensate ai veri hobo, quelli della prima metà del ’900. Pensate a Woody Guthrie, Cisco Houston, Leadbelly, Jimmie Rodgers, personaggi di statura planetaria che non fecero in tempo a superare il quasi anonimato della prima metà del ’900 per approdare ai fasti della celebrità. Se oggi li si potesse intervistare, probabilmente toglierebbero all’hobo qualsiasi sfumatura leggendaria, ammettendo quanto fosse dura suonare per un pubblico disattento, per gestori sempre pronti a fregarti, per un tozzo di pane e un giaciglio. Non sappiamo con precisione se si sia trovato nelle condizioni di farlo, agli esordi, ma certo oggi non è più costretto a sobbarcarsi spostamenti e alloggi da straccione l’ultimo grande cantante folk, quel Bruce Springsteen che sembra più che mai tornato al punto di partenza da cui aveva preso le mosse il suo lungo viaggio. Il disco Devils & Dust sembra una dichiarazione definitiva: il Boss è un folksinger.
Che cos’è, in fondo un cantante di Rock’n’Roll se non un cantante folk con abiti alla moda? Real World. Sulle strade di Bruce Springsteen, di Ermanno Labianca e Giovanni Canitano (Arcana, pagg. 303, euro 30), prova a farcelo capire. Nel segno della continuità, un po’ Elvis e un po’ Bob Dylan, Springsteen è l’ultimo blue collar rocker. Ma la sua tuta da lavoro è firmata da Versace. Una raccolta di straordinarie fotografie in bianco e nero e di pensieri profondi su uno dei grandi cantori contemporanei dell’America della tradizione. C’è chi nella vita dell’hobo si è trovato invischiato malamente, innamorato di un mito e schiavo della propria voglia di trasgressione. Forse il nome di Steve Earle dice poco al grande pubblico, ma a lui e a personaggi come Dwight Yoakam, Marty Stuart e Rodney Crowell si deve la rinascita del Country di qualità.
Steve Earle, personalità scontrosa e ribelle, è entrato talmente bene nella parte del vagabondo, dell’artista scapigliato e maledetto, da mandare a monte diversi matrimoni e contratti discografici e da finire in carcere, dopo aver pericolosamente attraversato il tunnel delle droghe e della disperazione. Oggi, finalmente recuperato, ha avuto il tempo di mettere per iscritto le sue esperienze di anni sulla strada. Le rose della colpa (Meridiano Zero, pagg. 220, euro 13) è una sorta di raccolta di pensieri sull’America alternativa, sconsolata, ma pur sempre aggrappata a quella speranza che qualcuno chiama sogno americano. Motel sporchi ed economici, cuori spezzati, paradisi artificiali e tour spossanti. Insomma, tutto ciò che molte rockband affrontano quotidianamente.
Ciò che deve aver affrontato e che in parte affronta ancora Neil Young, come ci racconta Kevin Chong in Neil Young Nation, un testo illuminante che si spera prima o poi compaia anche sugli scaffali italiani. Ciò che deve aver vissuto anche Billy Bob Thornton, la star ribelle del cinema di Hollywood, cantastorie per vocazione. Non a caso, il suo ultimo cd si intitola proprio Hobo. Chiunque avesse realizzato un disco del genere senza aver avuto una contrastata relazione con Angelina Jolie, senza disporre di un notevole talento recitativo, e senza sfoggiare un look e dei tatuaggi da cowboy postmoderno, forse passerebbe inosservato o, peggio, verrebbe bollato come un pessimo esempio di cantautore. Ma la vita dell’hobo, Billy Bob deve conoscerla bene, visto che esordisce affermando: «Un tempo mamma dava da mangiare agli hobo, oggi io sono un hobo». Evidentemente, i miti non sbiadiscono.
Se anche voi avete voglia di ripercorrere le tappe dei viaggi di Jack Kerouac, Neal Cassidy e Gregory Corso, munitevi de La Guida Beat di San Francisco (Cooper, pagg. 297, euro 14) di Bill Morgan e, soprattutto, ricaricate la vostra carta di credito. Con i tempi che corrono...