Un Hoffman da Oscar alleva il serial killer

In «Profumo» è il proprietario del negozio in cui lavora l’assassino Jean-Baptiste, interpretato da Ben Whishaw

Cinzia Romani

da Roma

Nell’epoca di massimo ottundimento dell’olfatto umano, sviato da un eccesso di chimica nelle nostre vite, un libro e il film relativo, da domani nelle sale, rilanciano l’importanza di avere naso. Per gustare, magari, l’odore silente delle pietre, come fa il protagonista di Profumo - Storia di un assassino, spettacolare film del tedesco Tom Tykwer (rivelatosi con Lola corre), che per quindici anni ha rincorso, con il produttore Bernd Eichinger, i diritti del fortunato libro di Patrick Sueskind, da noi giunto all’undicesima ristampa (Longanesi), dopo aver venduto un milione di copie e restando uno dei libri più letti al mondo. E se il cinema è arte visiva per eccellenza, qui la scommessa (peraltro riuscita) equivaleva a rendere, con immagini fortemente pittoriche, l’intimo tormento di Jean-Baptiste Grenouille (l’attore di teatro Ben Whishaw, formidabile come psicopatico), disturbatissimo essere, che si serve delle proprie frementi narici per conoscere il mondo. Non a caso la madre pescivendola lo eietta, nel 1750, sotto al suo banco di alici, tra i miasmi fetidi del mercato più puzzolente di Parigi. E invece di finire tra i rifiuti, lasciando le madri povere del periodo i neonati in pasto ai cani, il piccino fornito di un odorato pressoché diabolico (schiva in tempo una mela, lanciatagli da dietro le spalle, perché la «sente» arrivare a distanza) vince inspirando. E manda la madre alla forca e cresce tenace come un batterio recidivo.
Mentre l’incipit di Profumo picchia duro, con le sue scene sgradevoli (vicoli sudici e sangue, vomito e cenci) e mai saremo abbastanza grati alla modernità, che ci priva sì del discernimento olfattivo puro, ma ci regala condizioni igieniche migliori del passato (soprattutto nelle metropoli), pian pian lo svolgimento della storia avviluppa i sensi. Tra zoomate sul naso di Grenouille, rapito dal profumo delle spalle nude d’una venditrice di mielose prugne gialle e dettagli cosmetici del maestro profumiere Giuseppe Baldini (un Dustin Hoffman da Oscar), perso dietro alla formula dell’inarrivabile fragranza Amore e Psiche, lo spettatore gradualmente entra in un’ossessione. «Una delle maggiori difficoltà del mio film», spiega il berlinese Tykwer, giacchetta nera e chioma al gel, «era far arrivare l’intensità della scrittura, con lo specifico linguaggio di Sueskind. Non era importante solo l’adattamento cinematografico del romanzo, ma anche cercare una nostra cifra espressiva. Che tipo di linguaggio stilistico usare? Fantasioso-fantastico, quindi artificiale, oppure dovevo descrivere l’astratto mondo degli odori e il processo olfattivo?», questi i dubbi del regista, il cui Profumo, in Germania, ha totalizzato dieci milioni di euro nel primo weekend (in Russia pare abbia battuto Il Codice da Vinci).
Ma, come accade ai prodotti molto curati (quattro anni di lavoro e un istruttore per insegnare agli attori come si muovevano i nobili del XVIII secolo), in superficie appare lo smalto dei costumi e delle cromie più allettanti: dal color ardesia delle numerose scene di strada ai toni lavanda delle riprese a Grasse, «la Roma dei profumi», gli sforzi restano al di sotto. «Avrei potuto ricorrere agli effetti speciali, ma ho preferito mostrare l’esperienza fisica del protagonista», nota ancora il regista, sottolineando come «tutti possiamo identificarci in questo disadattato, quando ci sentiamo imperfetti».
Nel film, Dustin Hoffman, proprietario della migliore profumeria di Parigi e mentore dell’apprendista Jean-Baptiste, killer seriale di fanciulle belle e virtuose, regala una delle sue migliori interpretazioni. È magistrale, il piccolo, grande uomo quando compie il rito del fazzoletto di batista, che, una volta intriso di gocce profumate, emanerà l’essenza delle essenze. Anche Profumo, denso com’è di spunti, andrebbe lasciato emanare, dopo averlo visto.