Holland: "L’Italia nel ’44? Era come l’inferno"

Uno dei più giovani storici britannici ha raccontato i giorni più
difficili della nostra storia: "Ho usato i memoriali dell’epoca per
spiegare le sofferenze della gente comune e le colpe di vincitori e
vinti"

L’appartatezza è una delle doti più rare dei poeti, i quali, cenerentole della cultura, spesso sgomitano per conquistarsi un posticino al solicello tiepido che quest’arte offre a pochi, dei milioni che la praticano. E chi mai potrebbe definirsi più appartato del friulano Giuseppe Solardi, che esordisce con il suo primo libro a 70 anni suonati?

«Pellegrino della sua poesia», come l’ha definito Mario Luzi, Solardi si è formato intellettualmente a Firenze e a Roma, e ha avuto come primi lettori critici e letterati del calibro di Emilio Cecchi e Piero Bargellini, rimasti colpiti, come ha scritto Silvio Ramat, «dalla comunicativa rudezza» dei suoi versi. Altri lettori di vaglia, come Betocchi, Luzi, Pampaloni, e poi Montale, Bassani, Bacchelli, Bo e Raboni, gli hanno espresso nel tempo stima e apprezzamento. Ma nonostante tanti e così illustri paladini (tra i più attivi non va dimenticato Giancarlo Vigorelli), nessun editore ha voluto prestare a questo poeta solitario e isolato una minima parte dell’attenzione concessa a molti altri che assai meno di lui l’hanno meritata.
Rimediano ora all’ingiustizia le edizioni di Spirali con il volume Colloqui con Amleto (pagg. 250, euro 20), che contiene praticamente l’intera produzione del poeta, oltre ai generosi viatici che in passato gli hanno conferito i critici sopra nominati. Se tanto indugio è compensato dall’eleganza anche formale dell’edizione di questa tardiva opera prima, a Solardi la lunghissima attesa è servita per limare, ritoccare e integrare, con ostinazione inflessibile, i 163 componimenti della sua raccolta, un po’ come per tutta la vita fece il greco alessandrino Kavafis con le sue 154 poesie.

Estraneo alle scuole e alle mode novecentesche, Solardi si caratterizza - e lo rileva Ramat nella prefazione al libro - per la forte moralità che impronta tutta la sua poesia. La quale per lui non è un semplice flusso di parole, «una tessitura di segni o di verbali armonie», ma quello che noi chiamiamo messaggio: «almeno per qualcuno/ che mentre va per la sua strada,/ si orienta unicamente confidando/ nelle solitarie idee/ baluginanti nella sua mente». Alla poesia, ci dice Solardi, i suoi nemici e qualche fedele «hanno impresso segni di corde e di spine:/ con la forza del gigante sulla fanciulla/ le hanno piegato la testa a strisciare/ le labbra sulla polvere, del nulla», in attesa «che passi ancora un buon Samaritano».

Solardi vive a Cervignano del Friuli. Se la sua moralità seria e profonda non lo ripagherà delle ferite e delle ingiustizie di una vita, se la sua poesia dolente e piena di spiritualità ha dovuto aspettare decenni per vedere la luce, l’auspicio è che, come non gli sono mancati tanti critici generosi, adesso non gli manchi l’affetto di numerosi lettori.