"Hollywood arrivo, ma non sono un arrivato"

Il regista de "La ricerca della felicità" dirigerà e produrrà in
America una serie tv per la Cbs. Anche Hugh Jackman nel progetto. "Il mio prossimo film sarà comico, ma per ora non ne parlo. Mi sentirò realizzato dopo tre successi di fila"

Roma - Dal film ai telefilm, dai 153 milioni di dollari finora incassati con le duemila 800 copie della Ricerca della felicità uscite negli Stati Uniti, Gabriele Muccino passa a produrre - con Hugh Jackman - e dirigere una serie tv per la Cbs, Viva Laughlin, commedia musicale ispirata dalla serie britannica Blackpool; tema: l'apertura di un resort con spogliarello a Las Vegas. Per Muccino la tv sarà un ritorno alle origini, anche se pochi lo ricordano nella sitcom - 25 episodi per 9 mesi -. È proibito ballare di Pupi Avati, andata in onda su Raiuno.
Signor Muccino, come ricorda la tv da attore?
«Non volevo fare l'attore: è stata un'esperienza frustrante. Ho sofferto, ma così ho conosciuto i problemi dell'attore».
Però è con la tv che cominciato.
«Ma da regista. Giovanni Minoli mi commissionò tre cortometraggi da sette minuti per tre puntate di un programma sull'amore».
Lei recitava anche in Atto di dolore di Pasquale Squitieri, con Claudia Cardinale.
«M'ero presentato per fare l'assistente volontario alla regia. Mancava un attore, così sono diventato il drogato che induce all'eroina il coetaneo, figlio appunto della Cardinale».
Attore per destino, regista per scelta. E con successo perfino a Hollywood. Le è andata meglio che a Franco Amurri...
«... Per trovare italiani che abbiano funzionato con gli americani occorre risalire a Bertolucci e Zeffirelli».
I loro film di produzione americana sono stati però girati di solito Europa.
«Salvo Il campione di Zeffirelli».
Perfino Antonioni...
«...Ebbe negli Stati Uniti l'insuccesso di Zabriskie Point».
E le attrici italiane a Hollywood hanno avuto ruoli «etnici»: Magnani, Lollo, Loren. Per aspetto, solo la Lisi poteva sembrare Wasp. Fra gli attori, solo Cesare Danova è parso americano. Brazzi no.
«Ci pensavo, quando mi si sono aperte le prime prospettive hollywoodiane, poi irrealizzate».
Racconti.
«Incontrai Harvey Weinstein, in fama di padrino, e si parlò di un film tratto dal romanzo Animale morente di Philip Roth».
Ed è rimasto un progetto. Non l'ha fatto nessuno.
«No. Così ho pensato a un film in inglese da girare a Londra».
Però...
«È arrivata la proposta di Will Smith, cui erano piaciuti L'ultimo bacio e Ricordati di me».
Siete quasi coetanei.
«Eppure lui ha segnato la seconda svolta nella mia vita. La prima era venuta dall'Ultimo bacio».
Smith s'è battuto per lei. E ha vinto.
«Permettendomi di saltare una fase: senza di lui, a Hollywood non avrei potuto cominciare con un film da 55 milioni di dollari».
Davanti a due cinque e sei zero come s'è sentito?
«Come chi può cadere da molto più in alto di prima».
Quanto sarebbe costato il film ambientato oggi, anziché nel 1981?
«Venti milioni di dollari in meno. Negli esterni si doveva togliere ogni insegna, ogni parchimetro, ogni auto che non fosse in uso allora. E tutti gli abiti sono stati fatti secondo la moda dell'epoca».
Quando si chiede perché il cinema italiano declina, si dovrebbe rispondere che non sa essere così serio...
«A Hollywood sono rigorosi per le ambientazioni. Anche questo però impedisce di girare film - salvo quelli “indipendenti” - a basso costo».
Da dove è venuto lo spunto della Ricerca della felicità?
«Da un programma tv, registrato su cassetta e portato a Smith dai produttori del film».
Vede che la tv è l'altro suo destino... Ma, mi dica: che cosa le hanno chiesto alla Sony prima di darle l'incarico?
«Ci spieghi perché dovremmo affidare a lei, che parla un inglese da turista, un grosso film americano che racconta una storia quanto mai americana con una star di colore».
Risposta?
«La mia, forse, non è stata determinante. Quella di Smith sì».
Me la dica lei. Lui è fuori mano.
«O Muccino dirige il film o io non lo faccio».
Smith, «una persona che non dimenticherò mai». Per dirla col titolo della nota rubrica di Selezione dal Reader's Digest!
«Sì. Questi non sono incontri che capitano spesso nella vita».
In Italia le avevano mai detto qualcosa di simile?
«No. E nemmeno me l'hanno detto in Francia».
Lei è uno da Hollywood, ma non uno da Festival.
«Ho partecipato alla Mostra di Venezia, ma non nel concorso principale, con Come te nessuno mai. Ma L'ultimo bacio e Ricordati di me sono stati esclusi dal Festival di Cannes».
Lei è passato dal comico al drammatico.
«Il mio prossimo film invertirà questa tendenza».
Me ne parla?
«Vorrei prima esser sicuro di farlo».
Il successo della Ricerca della felicità non la mette al sicuro da sorprese?
«Sono così grossi gli investimenti che non si è mai sicuri di niente, anche se un bell'incasso con un film drammatico mi garantisce che Hollywood non mi volterà le spalle».
Quando si sentirà «arrivato»?
«Forse dopo tre successi in fila. A Hollywood nessuno si genuflette davanti all'autore, come in Europa».
Pregio e difetto di questa differenza?
«Pregio: non si dorme sugli allori. Difetto: non puoi mai fare quel che ti pare, nemmeno quando hai vinto l'Oscar».
Ma non c'è, come nel suo film, la seconda chance?
«In certi casi. Ma il termine “loser” (fallito) che ricorre tantissimo anche nel linguaggio dei ragazzini. È l'incubo dietro il sogno americano».